La casa come servizio: esercizi di sconfinamento

Sguardi e voci dalla stiva/ lavoro e dintorni


 

L’esperienza di prete operaio, caratterizzata dall’esserci, fa da sfondo alle riflessioni che seguono nate all’interno di un impegno dal 1990 sui temi dell’immigrazione e delle politiche abitative in provincia di Bergamo.

 

Una realtà inquietante

 
Prendo spunto dal rapporto della Caritas di Bergamo dell’ottobre 2012 costruito sui dati raccolti nei 64 centri interparrocchiali di primo ascolto della Diocesi. Il rapporto ha definito la situazione rilevata sul tema abitativo come “inquietante” e segnala:
– una crescita esponenziale del numero di sfratti e pignoramenti dovuti alla morosità a causa della perdita del posto di lavoro, di situazioni di cassa integrazione, di lavoro precario. Forse non è del tutto inutile segnalare che la Regione Lombardia fissa nel 30% del reddito familiare l’equo tasso di sforzo (rapporto tra reddito familiare e costo della casa) che una famiglia dovrebbe sopportare. La realtà è che nella gran parte dei casi le famiglie a basso e medio reddito sopporta tassi di sforzo attorno o superiori al 50% del reddito familiare;
– l’accentuarsi di un sommerso costituito da famiglie che stanno esaurendo la possibilità di rinunciare ad altre spese pur di mantenere fede al pagamento mensile del canone di locazione o del mutuo;
– un sempre maggior numero di famiglie a rischio di esclusione del bene casa con quanto questo comporta dal punto di vista della coesione sociale di un territorio. Le situazioni più a rischio sono quelle dei quartieri popolari (non necessariamente di Edilizia residenziale pubblica – Erp) delle città.
All’interno di questo scenario c’è una particolare categoria di persone – gli immigrati – che a queste difficoltà somma lo svantaggio dovuto al fatto di non avere reti sociali e famigliari di sostegno, di avere lavori precari, … di essere sempre e comunque chiamati e considerati stranieri.
Evidentemente la situazione riscontrata nella Diocesi di Bergamo è analoga, se non peggiore, anche in altre realtà territoriali del nostro paese.
La descrizione del rapporto Caritas è di una tale evidenza che non vale la pena di soffermarcisi ulteriormente; vale la pena invece di cercare di capire come tutto ciò sia possibile.
L’immigrazione prima e la crisi economica oggi, rappresentano la cartina tornasole della insufficienza delle politiche abitative, sia governative che locali, del nostro paese. Esse sono caratterizzate da:
una carenza strutturale cronica dell’edilizia residenziale pubblica (circa il 5% di case popolari a fronte di una percentuale che arriva al 50% in altri paesi europei) che ha indirizzato/costretto milioni di persone a fare di tutto per avere una casa in proprietà;
l’incentivazione della casa in proprietà, sviluppata con l’assenso della Chiesa preoccupata di salvaguardare la proprietà privata, che ha portato quasi l’80% delle famiglie a vivere in una casa di proprietà e a sacrificare ad essa tutte le proprie energie e forze di investimento (non solo economico): una sorta di idolo che obbliga a mettere in secondo piano ogni altra dimensione dell’abitare. La casa non è un fine, ma un mezzo, un’opportunità per abitare perché come abitiamo è anche un po’ chi siamo; perché l’abitare, non le mura, definiscono il confine tra quanto accade dentro e quanto accade fuori la casa. … E’ evidente che per poter abitare lo spazio dobbiamo innanzi tutto averlo;
l’utilizzo del “mattone” e del territorio come beni di rifugio e di investimento e non come bene comune: “Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini” (Lv 25,3) è la prescrizione contenuta nella tradizione ebraico/cristiana che dimentichiamo con troppa facilità .
Gli indirizzi programmatici sopra richiamati, necessariamente esposti in modo schematico, teorizzati fino a pochi anni fa e lontano dall’essere superati, hanno portato ad una situazione in cui il 10-15% della popolazione è a rischio di esclusione del bene casa. Si tratta di quelle realtà che non avranno mai l’assegnazione di una casa di edilizia residenziale pubblica (Erp) pur avendone il diritto e di coloro che non potranno mai accedere ad una casa in proprietà.


Esercizi di sconfinamento:
la casa come servizio

 
L’esperienza ventennale della Fondazione Casa amica ci ha portato ad accentuare il tema della casa come servizio (traduzione meno generica di housing sociale) e conseguentemente della locazione come specifico della Fondazione.
Si tratta di costruire un giusto equilibrio tra diverse componenti che fanno della casa un servizio che, al pari e insieme ad altri servizi, sia istituzionalmente riconosciuto come tale perché promuove coesione sociale e integrazione. Esso si fonda sui seguenti elementi:
la possibilità di accesso agli alloggi in locazione a canone contenuto e sostenibile, commisurato cioè alla risorse del nucleo familiare: a tutt’oggi permangono vuoti e discontinuità intollerabili tra i canoni sociali minimi e il canone moderato della Regione Lombardia, tra l’accesso all’Erp e il libero mercato, tra chi avendo maturato il diritto ad un alloggio popolare lo ottiene e chi non lo otterrà mai;
un tempo di permanenza adeguato alle esigenze e all’evoluzione del processo di integrazione e di autonomia abitativa e sociale. L’assegnazione di un alloggio inteso come servizio non può essere per tutta la vita come impropriamente avviene adesso (non rimaniamo nel nido per tutta la vita, così come non compriamo il letto dell’ospedale in cui siamo ricoverati);
una gestione degli alloggi indirizzata alla qualità dell’abitare, capace di coltivare relazioni positive, stimolare la partecipazione e l’autogestione residenziale. Ciò comporta (dovrebbe comportare) più investimenti sui servizi all’abitare, sulla creazione di mix abitativi e funzionali adeguati, sulla gestione sociale e immobiliare integrata come noi la chiamiamo.
Su questi temi Casa amica ha avviato un’attività di promozione e consulenza nei confronti degli Enti locali perché inseriscano questi indirizzi nel Piano di governo del territorio e nel Piano dei servizi, oltre che, per quanto riguarda in particolare le politiche rivolte alla locazione, nei confronti del terzo settore e del settore profit.
La casa come servizio sopra delineata non cade dal cielo; essa richiede in primo luogo di essere accettata nella sua dimensione culturale innovativa, di essere condivisa e, contemporaneamente, di mettere in atto azioni di tipo rivendicativo nei confronti delle istituzioni preposte.
Casa amica, all’interno del dibattito promosso dalla Regione Lombardia per la definizione del Patto sociale per la casa sottoscritto neo 2012, ha segnalato alcune priorità sulle quali vale la pena di soffermarsi:
di fronte alla carenza di risorse e alla riduzione del potere di acquisto delle famiglie la Regione Lombardia ritiene che la risposta più adeguata sia l’offerta in locazione di alloggi a canone moderato, convenzionato e in affitto riscatto, coinvolgendo in questo direzione il settore profit e il terzo settore. Scelta innovativa rispetto al passato che però è basata su parametri di reddito che, sulla base dell’esperienza maturata da Casa amica in vent’anni di lavoro e della ricerca della Caritas di Bergamo, non rispondono alla domanda di alloggi in locazione delle famiglie in cerca di un’abitazione a canone sostenibile. Occorre pertanto ridefinire livelli di reddito e i parametri di assegnazione per evitare di attivare una programmazione non rispondente ai reali bisogni;
gli interventi di edilizia residenziale, pubblica e privata, rispondenti al criterio di casa come servizio devono spostare l’attenzione dalla costruzione dell’alloggio, che pure deve trovare l’equilibrio economica finanziario, alla gestione sociale e immobiliare integrata dello stesso. La realizzazione degli alloggi impegna l’operatore per alcuni anni, i 2/3 anni necessari alla loro costruzione, la gestione sociale integrata impegna il gestore sociale per più anni: dai 10/15 anni per gli investimenti di edilizia convenzionata fino ai 30 anni per gli interventi che intercettano l’Edilizia residenziale pubblica. I costi della gestione sociale integrata richiedono significativi investimenti di risorse economiche e personali. Non è corretto scaricare sul gestore sociale la totalità dell’onere di gestione dei servizi collegati all’abitare e del rischio locativo come, purtroppo, avviene tuttora. A questo proposito abbiamo chiesto alla Regione di procedere all’accreditamento degli organismi che fanno gestione sociale integrata di immobili in locazione con destinazione pubblica, un loro sostegno economico e la creazione di forme di garanzia contro il rischio locativo. In altre parole non basta erogare finanziamenti per la realizzazione delle strutture, ma, al pari di altri servizi, assicurare forme di sostegno agli enti non profit accreditati che fanno del coraggio progettuale e della gestione sociale integrata la propria missio. Purtroppo per ora pare di assistere ad una sorta di dialogo tra sordi;
un ulteriore tema riguarda l’imposizione fiscale e le imposte che gravano in modo indifferenziato sul settore immobiliare sia profit che no profit . Non è più sopportabile che gli enti non profit impegnati sul tema della casa come servizio e che rappresentano una risorsa per la comunità, siano considerati, dal punto di vista fiscale, delle imposte e degli oneri primari e secondari di urbanizzazione, alla stessa stregua degli imprenditori profit. Occorre, in conformità a parametri e condizioni definite, applicare pesi e misure diverse tra gli immobili privati destinati a reddito e quelli che, come detto precedentemente, svolgono una funzione di servizio ai cittadini;
per ultimo segnaliamo la necessità della tutela del gestore sociale. L’esperienza condotta ci dice che gli organismi accreditati per la gestione sociale integrata di immobili dovrebbero poter usufruire di una regolamentazione in grado di tutelare conduttore e locatore, che dia al gestore sociale accreditato strumenti che, oltre alla trasparenza delle assegnazioni, siano in grado di agevolare la funzione di servizio e, se necessario, strumenti di contrasto dell’irregolarità, compreso il ricorso a istanze giudiziarie semplificate.

Esercizi di sconfinamento
Immigrazione: da statuto speciale a questione specifica, da servizi dedicati a servizi per tutti

 
Abbiamo accennato che all’interno delle situazioni di difficoltà rilevate dal rapporto Caritas di Bergamo esiste una particolare categoria di persone – gli immigrati – che a queste difficoltà sommano lo svantaggio dovuto al fatto di non avere reti sociali e famigliari di sostegno, di avere lavori precari, … di essere sempre e comunque chiamati e considerati stranieri.
Dopo più di 30 anni, l’immigrazione è ancora osservata, trattata e comunicata come una questione a statuto speciale. La normativa ad hoc, l’attenzione dei media e il lessico in uso caratterizzato dal noi e loro, ne sono la conferma. Occorre pertanto cambiare al più presto nelle direzioni indicate nel titolo.
A distanza di oltre 10 anni dalla legge sull’immigrazione “Turco-Napolitano” e successivamente della legge “Bossi- Fini”, il riferimento unico delle politiche migratorie del nostro paese – senza sollevare alcun interrogativo – continua ad essere l’abbinamento che fa riferimento al Ministero dell’Interno come principale attore istituzionale e, come secondo attore, al Ministero del Welfare e della solidarietà.
Avere al centro della normativa la regolamentazione dell’ingresso e il permesso di soggiorno significa applicare al tema dell’immigrazione una normativa speciale che lascia i destinatari in una perenne condizione di differenza giuridica e li pone in una situazione di vulnerabilità a scapito della permanenza, con quanto ne deriva nei processi di integrazione e di cittadinanza. La vulnerabilità sociale degli immigrati è ulteriormente messa a dura prova quando si coniuga con la crisi economica, la trasformazione dei contratti da tempo indeterminato a determinato e/o la perdita del posto di lavoro. Dal punto di vista culturale lo statuto speciale induce ad un respingimento della cultura del nostro paese o, soprattutto per i giovani e gli adolescenti, ad un’assunzione acritica e consumistica di quella veicolata dai media.
Occorre promuovere lo sganciamento dallo statuto speciale per favorire un approccio come questione specifica dove il tema dell’immigrazione non sia parte (italiani più immigrati; noi-loro), ma rientri nell’attenzione delle politiche generali del governo centrale e del governo del territorio da attuare con azioni specifiche rispettose delle diversità e differenze presenti.
Le diversità non sono da negare, ma da riconoscere e rispettare come ricchezza superando visioni ideologiche che spaziano dal considerare gli immigrati nuovi soggetti politici, al considerarli nuovi barbari che attentano alla nostra cultura e religione.
Tutto ciò a partire dalle pratiche quotidiane più che da teorie, dalla materialità dei contesti in cui viviamo più che da astrazioni, dalla vita concreta delle persone in carne ed ossa più che da matrici culturali dei fenomeni migratori che ci siamo fatti.
Relativamente a temi del welfare dopo la fase delle task force fatte di persone, organizzazioni e sedi per operare su una realtà nuova, mobile e diversa come quella dell’immigrazione, è ora di creare le condizioni per ritornare ai servizi per tutti, acquisendo le competenze maturate nel frattempo per un’erogazione dei servizi attenta alle diversità e alle differenze. Non operare la necessaria soluzione di continuità rafforza la separatezza.
Il binomio noi-loro ha fatto e fa da sfondo a politiche, comportamenti, pensieri e azioni incapaci di cogliere la complessità di un fenomeno che potrebbe essere rappresentato con una pluralità di coppie: “noi-noi” per indicare i conflitti e le differenze tra gli italiani in materia di immigrazione; loro-loro per indicare le relazioni differenziate e a volte conflittuali al loro interno, anche dentro le stesse nazionalità di provenienza (fenomeno sottovalutato, non conosciuto e non studiato); loro-noi per indicare le diverse relazioni che essi hanno con gli italiani che variano da gruppo a gruppo oltre che all’interno dei gruppi. Si tratta di ampliare lo sguardo e aprirsi a prospettive che non riguardano solo l’azione immediata, ma anche quella dei prossimi anni e decenni.

Esercizi di sconfinamento:
fare spazio nella città che dorme

 
Mentre lo scenario delle città globalizzate introduce flussi, attraversamenti, trasmigrazioni lo spazio urbano istituzionale sembra reagire proponendo una sorta di processo di restringimento degli spazi di accoglienza e di ospitalità. Questo non accade solo per decreto amministrativo (pensiamo alle
proposte di regolazione degli spazi esterni e dello spazio pubblico in cui non è più consentito lo scambio, in cui diventa impossibile l’incontro e l’interazione sociale, uno spazio che viene estetizzato, che diventa fine a sé stesso perdendo progressivamente la possibilità di essere usato e quindi il suo valore “d’uso”, per l’appunto); questo movimento di restringimento e protezione arriva ad interessare anche lo spazio intimo, tocca i luoghi dove individualmente e in comunità si nutre la (prima) ricerca dell’altro, che è esperienza drammaticamente necessaria per trovare un senso alla nostra vita.
Rinunciare ad offrire un tetto o una opportunità per incontrarsi significa rinunciare alla città che è spazio abitato, in modo plurale. Ricevere, ospitare, dare dimora, accogliere … sono imperativi urbani, sono i principi da seguire per promuovere lo sviluppo della città oltre che il nostro e per superare la deriva che sta producendo una riduzione e un impoverimento del senso della città che è se è casa sociale, spazio che trova nell’abitare la sua vocazione prevalente.
Non solo non abbiamo case e soluzioni di ospitalità a sostegno di una pluralità di percorsi rispettosi delle differenze (una ristrettezza di opportunità che ci costringe a scelte improprie, avventate, “fuori portata”; come ad esempio quando compriamo senza essere nelle condizioni di poterlo fare), ma siamo indotti a aderire ad un modello che priva dello spazio “aperto”, che chiude e ci isola, ci spinge ad una forma di egoismo implicito, latente e non intenzionale nel quale sembriamo unicamente preoccupati di riuscire a pagare il mutuo e il debito contratto per avere la nostra casa. Prima ci siamo noi, poi scopriamo che non c’è più tempo per nient’altro, per nessun altro.
Come può la città tornare ad essere uno spazio permeabile, uno spazio del confronto e dell’incontro (anche conflittuale), uno spazio dell’abitare plurale? L’invito è quello di trovare strategie micro e insieme macro per dilatare e aprire quanto abbiamo ristretto e chiuso, tornare a far respirare lo spazio in cui rischiamo di soffocare. Un modo intelligente per lavorare sulla città e sul suo futuro è quello di ripensare al suo confine, di provare a superarlo indagando il territorio che interagisce con quella che definiamo, un po’ nostalgicamente, (vecchia) città.
La città deve saper fare e dare spazio a questo nuovo territorio, deve saper dare casa a queste sollecitazioni, riuscire a leggerle ed interpretarle. Per arricchirsi e non spegnersi deve cambiare il confine di riferimento, renderlo una frontiera abitabile e dilatarlo fino a renderlo uno spazio permeabile.

Gianni Chiesa

Gianni Chiesa è un presbitero della Chiesa di Bergamo dal 1968; prete operaio dal 1970 al 1996.
È direttore della Fondazione di partecipazione Casa amica di Bergamo.


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