Il lavoro nell'eclisse della giustizia

Sguardi e voci dalla stiva / lavoro e dintorni


 

Se io dò da mangiare a una persona che ha fame
mi dicono che sono un santo;
se domando perchè questa persona ha fame,
mi dicono che sono comunista.
Don Helder Camara

 
Concilio e “anticoncilio” hanno convissuto al Concilio Vaticano II. Padre Ernesto Balducci riferisce di un colloquio avuto con un esponente di primo piano del Sant’Uffizio, poco prima dell’inizio dei lavori conciliari: «Appena sarà finita questa bagarre del Concilio, riprenderemo il discorso… Ma se le immagina lei duemila persone messe insieme? ».
Un mese prima, Giovanni XXIII indicava una meta fondamentale che svelava la sua intenzionalità conciliare: “In faccia ai Paesi sottosviluppati, la Chiesa si presenta quale è, e vuole essere, come la Chiesa di tutti, e particolarmente, la Chiesa dei poveri». Su questa scia, per iniziativa di Paul Gauthier, già prete-operaio, si diede vita a un gruppo di lavoro informale nominato “Gesù, la Chiesa e i poveri”. Sotto la presidenza del card. Pierre Gerlier e con l’adesione di figure prestigiose di padri ed esperti si registrava la frattura esistente tra la Chiesa e i poveri, nei Paesi del Terzo mondo come in quelli industrializzati. È in questo contesto che emerge il tema del lavoro. È sufficiente ricordare quanto diceva Helder Camara, vescovo di Recife: «La Chiesa di fatto è legata economicamente al capitalismo. Essa ne vive. Ciascuno è preso in un insieme, prigioniero di strutture, di ingranaggi, di una grande macchina che gira […]. Non solo essa è complice dello sfruttamento dei lavoratori e dei popoli sottosviluppati per mezzo delle potenze e delle grandi società capita­liste, ma è essa stessa una di queste potenze viventi del profitto, del­l’interesse che nasce dal lavoro degli altri. In queste condizioni, come si può affrontare il problema della fame, delle ingiuste retribuzioni?».
Sono numerosi e significativi i documenti del Magistero che, nel decennio 1961-1971 – quindi comprensivo del Concilio – che hanno affrontato i temi sociali e del lavoro. In particolare ricordiamo le encicliche Mater et Magistra (1961) e Pacem in terris (1963) di Giovanni XXIII, la Costituzione pastorale Gaudium et spes (1965), l’enciclica di Paolo VI Populorum progressio (1967) e la lettera Octogesima adveniens (1971) dove si dice che «la Chiesa ha inviato in missione apostolica tra i lavoratori dei preti» che condividono «integralmente la condizione operaia». Nello stesso anno si è svolto anche il Sinodo mondiale dei vescovi. La giustizia nel mondo era il tema affrontato dal Sinodo che nel documento finale fissò un punto decisivo: «L’agire per la giustizia e il partecipare alla trasformazione del mondo ci appaiono chiaramente come dimensione costitutiva della predicazione del Vangelo, cioè della missione della Chiesa per la redenzione del genere umano e la liberazione da ogni stato di cose oppressivo». Il Sinodo intendeva proprio dire che l’impegno della Chiesa a favore della giustizia è una vera condizione della sua verità, e quindi che la predicazione del Vangelo avviene mediante l’azione a favore della giustizia. Ma da subito iniziava, a partire da membri dello stesso Sinodo, il declassamento della giustizia a “parte integrante”, quindi non “essenziale” del messaggio evangelico, fino a dire che la proclamazione del Vangelo sarebbe potuta avvenire anche senza l’impegno per la giustizia.
Nei decenni successivi il termine «costitutivo» riferito alla giustizia scompare. Sarà Benedetto XVI, nell’enciclica Deus caritas est (2005) a riutilizzarlo, ma riferito alla Diakonìa (ministero della carità). Il rapporto tra carità e giustizia viene presentato nell’ottica della relazione tra Chiesa e Stato. Ci si allontana dal concetto biblico di giustizia per adottare una sua visione naturale, ben espressa dal titolo di un articolo di Charles M. Murphy, apparso originariamente sulla rivista Theological Studies e poi ripubblicato dal Credere oggi: «La carità, non la giustizia, è costitutiva della missione della Chiesa». Una scelta tragica dei vertici della Chiesa!
In questi ultimi decenni sul tema della giustizia è avvenuta una divaricazione che tocca la dimensione profonda del credere. Ancora Murphy chiarisce i termini della questione: «Il nocciolo dell’ambiguità riguardo al senso di costitutivo […] sembra risiedere nelle differenti concezioni del tipo di giustizia a cui ci si riferisce. Se la giustizia è concepita esclusivamente sul piano naturale, la virtù umana della giustizia come viene spiegata nei classici trattati di filosofia, allora tale giustizia può solo essere concepita come una parte integrante ma non essenziale della predicazione del Vangelo. Ma se la giustizia viene concepita in senso biblico nel senso dell’azione liberante di Dio che richiede una necessaria risposta umana […] allora la giustizia deve essere definita come l’essenza del Vangelo stesso». Sulla pratica della giustizia poi sono avvenuti nella Chiesa i conflitti che hanno portato al commissariamento della Compagnia di Gesù (1981) e alla campagna contro le teologie della liberazione. Ancora nel 1980 p. Arrupe confermava la scelta dei preti operai gesuiti, mentre nel 1985, nel Convegno della Chiesa italiana a Loreto (“Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini”), nella commissione 14 si collocavano i preti operai tra i casi di «appartenenza con riserva alla Chiesa», assieme ai «divorziati» e alle «persone che vivono in condizioni patologiche o marginali».
La linea seguita e imposta dagli ultimi due papi la troviamo sintetizzata da Giovanni Paolo II a mons. Romero, nel loro ultimo colloquio: «È meglio mantenersi soltanto sui principi, perché si rischia di cadere in errori o equivoci quando si fanno denunce concrete». La scelta quindi è la riproposizione della Dottrina sociale della Chiesa e dei suoi princìpi. Se Romero avesse seguito il consiglio di Wojtyla probabilmente nessuno gli avrebbe sparato! Erano i tempi della Thatcher e Reagan, che hanno cambiato lo scenario della cultura economica dominante, con l’arretramento delle politiche redistributive e del ruolo del sindacato, con la deregulation delle attività economiche e produttive e la liquefazione del potere contrattuale dei lavoratori. Un’inesorabile processo di svalutazione del lavoro umano.
Come un mantra si ripete: il lavoro «è di valore superiore agli altri elementi della vita economica, poiché questi hanno solo la natura di mezzo, [… quello] procede immediatamente dalla persona» (Gaudium et Spes, 67), ma senza alcuna presa sulla realtà. La direzione dell’economia e della “civiltà” stanno andando esattamente in senso contrario. Anche in Occidente, dove con lotte dure si era ottenuta una “decenza” nei trattamenti dei lavoratori, è in atto un’erosione sistematica che tocca non solo gli aspetti economici, ma le condizioni generali di vita, di sicurezza. La precarietà oltre al lavoro invade l’intera esistenza.
L’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) valuta la disoccupazione mondiale in 220 milioni di unità, ma la stima è in difetto. Il 40% dei lavoratori con le loro famiglie vivono con meno di 2 dollari al giorno. Solo il 15% dei lavoratori è coperto da una qualche forma di protezione sociale. Il lavoro minorile riguarda 306 milioni di bambini, di cui almeno 8 in condizione di schiavitù. Il lavoro forzato concerne 12 milioni di persone.
Ernst-Wolfgang Böckenförde, nell’articolo pubblicato dal Regno (“L’uomo funzionale”) sostiene che l’attuale crisi globalizzata non è espressione di comportamenti sbagliati di singoli o gruppi, ma frutto «di un sistema d’interazione consolidato e molto diffuso che segue una propria logica funzionale, e a essa sottopone tutto il resto […]. Il capitalismo moderno […] forgia il comportamento economico (e in parte anche non economico) dei singoli e lo integra nel sistema […]. L’obiettivo funzionale è la generale liberazione di un interesse lucrativo potenzialmente illimitato […]. I lavoratori vengono presi in considerazione solo in base alla funzione che svolgono e ai costi che comportano». I danni ambientali e le conseguenze dannose vengono scaricate sugli Stati, dunque sui cittadini, come dimostra il recente caso dell’Ilva di Taranto).
E la Dottrina sociale della Chiesa? Per Bockenforde è «la bella addormentata», mentre i suoi fondamenti, avvolti nel sonno, esprimono una logica totalmente diversa rispetto al capitalismo. Perché non ci si interroga sull’inefficacia, sul vuoto di frutti, di un insegnamento astratto, ignorato anche dai praticanti, ritualmente usato come uno specchio nel quale contemplarsi e compiacersi?
A proposito di sonno, don Milani nella “Lettera dall’oltretomba” (1958) scriveva: «Noi non abbiamo messo la scure alla radice dell’ingiustizia sociale. È stato l’amore dell’ordine che ci ha accecato […]. Non abbiamo odiato i poveri come la storia dirà di noi. Abbiamo solo dormito. E nel dormiveglia abbiamo fornicato con il liberalismo». Un grande sonno dunque, un sonno non innocente, ma anche una vera cecità.
Un ultima notazione: «Questo sistema globale non è solo un sistema economico, ma una metafisica, una mitologia, una civiltà assolutizzata […] e opera come la principale fonte di infelicità organizzata, di sofferenza, di oppressione e di morte», scrive il filosofo Roberto Mancini. Una vera e propria idolatria, «che si è sviluppata parassitariamente al cristianesimo», aggiunge Walter Benjamin. E però «l’idolatria, in ogni sua manifestazione storica si presenta come una costruzione gigantesca, profondamente ostile all’uomo, ma fabbricata con il lavoro umano […] e oggi le espressioni idolatriche sono nascoste e mistificate, e quindi più capaci di distruggere» (S. Corradino). Ritengo quindi che i temi della giustizia nel mondo e la lotta contro l’idolatria, profondamente radicati in tutta la rivelazione biblica, oggi facciano parte del kairòs che ci deriva dal Vaticano II.
 

ROBERTO FIORINI

 

Questo testo è stato pubblicato col titolo “Il grande sonno della Chiesa post-conciliare” in Adista Notizie, “Concilio e anticoncilio” numero 35 del 15 settembre 2012.

 


 

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