Lione 1987 / L'incontro internazionale dei PO

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Dal 6 all’8 giugno scorso si è tenuto a Lione l’incontro internazionale dei preti operai, con la partecipazione di rappresentanti di tutti i paesi europei e una rappresentanza di cileni.
Ci è sembrato giusto non riservare questa notizia al nostro bollettino interno.
Presentiamo una interessante sintesi dei lavori, scritta da Carlo Carlevaris.


Nel contesto di cambiamenti che sembrano travolgere tutto quanto prodotto nel passato e ipotizzato nel presente, mentre tecnologia, cultura e antropologia sono attraversate da soluzioni provvisorie e provocatrici, anche la presenza della Chiesa missionaria, nei suoi modi e finalità immediate, è rimessa in discussione.
L’annuncio di Gesù Cristo, come risposta all’uomo e ai suoi bisogni, è sempre anche parola di uomini ad altri e come tale soggetta a influenze culturali esistenziali e in continua trasformazione.
La necessità di adeguare questa presenza a questa parola è sollecitata dal dovere di carità verso i compagni di strada che ne hanno diritto e spesso inconscio bisogno; nasce dall’invito di Gesù: “Andate…”.
I preti operai in questi ormai quarant’anni di presenza nella classe operaia, hanno vissuto le situazioni diversificate tipiche dei vari paesi e le modificazioni che in ciascun contesto si sono prodotte sotto le spinte socio – politiche ed economiche.
Ma mentre queste hanno avuto una forte accelerazione e una più profonda incidenza nel tessuto umano dei lavoratori, le diversificazioni legate ai confini territoriali si sono sempre più attenuate.
Si ha questa chiara situazione in incontri a livello internazionale dove è possibile confrontare la collocazione di uomini che spinti dagli stessi ideali, sostenuti da uguali valori, impegnati nella stessa missione, ma vivendo in paesi diversi, denunciano in realtà le stesse situazioni, tendenze, progetti, quasi che non parlassero lingue diverse, ma che abitassero uscio a uscio.
La situazione vissuta in Portogallo è certamente peggiore di quella belga e tedesca, le difficoltà della Spagna sono quantitativamente diverse da quella italiana, le condizioni dei lavoratori francesi hanno poco riscontro rispetto a quelle svizzere, ma le linee di tendenza del processo tecnico, finanziario, organizzativo, delle fabbriche e della società sono simili in modo talora impressionante.


I non garantiti


Un belga su dieci è fuori dal mercato del lavoro: 525.000 disoccupati, ma un milione di esclusi; le persone aventi diritto all’assistenza totale sono passate da 9.500 nel ‘76, a 44.000 nell’86; il 6% delle famiglie vive in povertà e il 21% nell’insicurezza.
In Portogallo i disoccupati e precari arrivano al 20%; in molte medie e piccole aziende il salario non è pagato a volte per mesi. In Francia si calcola che il 30% – 40% dei salariati non hanno un contratto a tempo indeterminato che garantisca nel tempo l’occupazione, mentre la protezione legale dell’impiego si indebolisce sempre di più.
In Germania le nuove tecnologie espellono manodopera e creano posti di lavoro in un rapporto di quattro a uno.
In Italia siamo a circa il 12% di disoccupati, in larga parte giovani in cerca di primo impiego, e la sicurezza sul lavoro diventa sempre meno garantita a causa della spietata concorrenza tra le piccole imprese, il feroce rapporto tra queste e le grandi aziende commissionarie e la frequente scarsa sensibilità ed onestà degli organi preposti.


Le fabbriche


Ci è sembrato quindi di vedere numerosi tratti comuni in questa situazione.
I luoghi di lavoro non sono più lo spazio dove si impara un mestiere che offre dignità, si vive per anni insieme in dimensione umana di compagni di strada, si prende coscienza dei rapporti interpersonali e di classe, dello sfruttamento, della fierezza nella ribellione e nella lotta, ci si educa a prendere delle responsabilità. I luoghi di lavoro oggi formano degli uomini sradicati, costretti a vivere in un contesto nuovo: questo fatto è spesso vissuto come un dramma.
Il rapporto diretto con la materia che il lavoratore trasforma o usa diminuisce rapidamente con la crescita delle attività di servizio. Il lavoro perde la sua importanza attraversato da programmi preparati da altri.
Il tempo passato in fabbrica diminuisce, ma i ritmi di lavoro aumentano a volte in modo disumano. Il “riciclaggio” necessario per adattarsi professionalmente e psichicamente ai cambiamenti mette in crisi i quarantenni e i prepensionamenti ne rigettano altri dalla fabbrica.
La solidarietà come aspetto collettivo ed essenziale per gli anziani, lascia il posto all’individualismo; il mito del guadagno è al primo posto, la gestione padronale favorisce i rapporti personali, la remunerazione e gli orari trattati individualmente, l’integrazione all’azienda, l’eliminazione dei delegati sindacali, la falsa democrazia che dà all’operaio la sensazione di essere compartecipe all’impresa, ma che si risolve in un maggior spazio di manovra per le direzioni aziendali.
Il lavoro precario diventa un elemento portante della vita socio-economica. La disoccupazione un dato ineluttabile. La flessibilità del posto di lavoro è legalizzata per meglio rispondere alle esigenze della produzione.
Tutto questo contribuisce a formare una società a due livelli, “a due marce” – dicono i francesi – con una selezione naturale dei più forti, più istruiti, più dotati intellettualmente. I deboli (quelli con poca salute o con poca istruzione di base, gli handicappati, le donne) diventano cittadini di seconda categoria.


La classe operaia


Le trasformazioni della classe operaia sono evidenti. La coscienza di appartenervi è sfumata anche a causa di un’intensa opera di convincimento prodotta dai media che sono sempre più concentrati nelle mani di uomini della finanza e dell’imprenditoria.
I temi principali sono l’ineluttabilità della crisi, l’obbedienza alle leggi economiche, la necessità di sacrificarsi per vincere la battaglia economica, la scomparsa della classe operaia.
I lavoratori sono sfiduciati perché delusi dall’azione sindacale e dalla politica della sinistra. I sindacati contano sempre di meno e le loro divisioni sono sempre più profonde in tutti i paesi.
La reazione a questa situazione viene giudicata anacronistica e inutile.


Interrogazioni alla fede, alla Chiesa, ai preti operai


L’offensiva liberale premia scelte che la visione evangelica non può consentire. La dimensione collettiva di una solidarietà attenta ai più vulnerabili, che è il substrato della cultura e della pratica delle lotte operaie, ci sembra più vicina all’evangelo e alla nozione di popolo di Dio e condannano l’individualismo, la priorità al denaro, i privilegi ai più forti.
La carità che si rivolge ai più poveri non può sostituire la solidarietà fraterna che lotta per una reale giustizia distributiva che evita la creazione di masse di poveri.
Il rapporto spirituale con Dio non può sostituirsi al contatto con Lui vissuto attraverso il servizio degli uomini e alla costruzione dell’umanità, nutrito dall’apporto storico della vita della gente.

La Chiesa, tutta tesa alla ricerca della sua identità e visibilità, rischia di dimenticare che deve essere sale, lievito nella pasta. Favorire le rotture con il mondo vuol dire non camminare nel segno dell’Alleanza, del cammino con tutti gli uomini di buona volontà.
Le Chiese dei vari paesi europei sembra che non si rendano conto a sufficienza delle implicazioni connesse con il cambiamento di civiltà che è in atto e mantengano un atteggiamento di subalternità rispetto ad esso. Sembrano preoccupate di ritagliarsi degli spazi di intervento nella società (volontariato, assistenza…) senza vedere i nessi causali con le trasformazioni strutturali.

I preti operai sono implicati direttamente nelle trasformazioni. In Francia il 30% dei preti operai sono in pensione o pre-pensionamento, in Belgio sono 11 su 37. Molti sono disoccupati anche in Italia e parecchi sono portati a scegliere un lavoro artigianale o ad occuparsi di emarginazione. —
Restare con la gente in fabbrica o fuori e il nostro modo di vivere, di essere militanti a tempi lunghi, pone la questione della fede ai nostri compagni. Si rendono conto che non è un lusso o una insignificanza, ma un elemento portante della nostra vita. Si stabilisce così un buon rapporto con coloro che vivono al di fuori di qualsiasi referenza alla fede: noi e loro scopriamo ciò che c’è di positivo nelle nostre vite. Cercare con loro attraverso le realtà quotidiane il superamento dei nostri egoismi e intolleranze, nell’apertura e amore dell’altro, le strade che portano al Padre e che sono loro specifiche, diventa espressione del nostro ministero, anche se essi non passeranno mai attraverso una Chiesa. Infatti la Chiesa, serva e povera, deve essere segno per tutti gli uomini.
In tutti i paesi il problema dell’emarginazione attraversa anche i preti operai. Il domandarsi se la nostra scelta è quella della classe operaia o dei poveri torna di attualità con una forte presenza di garantiti (non più poveri) tra i lavoratori e un aumento di non garantiti (disoccupati, in difficoltà…). Per semplificare si potrebbe dire che ci sono due modi di porsi di fronte ai poveri: se sono visti come individui marginalizzati di cui si condivide la povertà anche aiutandoli a uscirne, o se sono visti come forza storica, un popolo con il quale ci si batte per la sua liberazione.
La presenza militante sembra essere ancora elemento essenziale della nostra scelta di vita. Sappiamo di aver scelto e di essere stati inviati non per essere dei militanti, ma è altrettanto vero che le esigenze della vita ci hanno fatto diventare militanti. La vita militante chiede testimonianza, non rassegnazione.

Carlo Carlevaris


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