Cammini di liberazione della fede

Progetti ecclesiali


I. Invito ad uno scambio


Ho seguito con molto interesse non solo di curiosità ma di coinvolgimento personale la ricerca che in questi anni si è esplicitata tra di noi dalla critica all’uso istituzionale della religiosità, alla purificazione della fede, alle espressioni che ci scambiamo ultimamente di “fede povera”, fede nuda, “Dio solo”; alle domande e ai dubbi radicali che emergono in forme diverse tra di noi. È una delle piste che lentamente in questi dieci anni sono emerse dal nostro “esserci dentro”.
Questo mio intervento è stato sollecitato in seguito a interessantissimi scambi nel Coordinamento nazionale del dopo Firenze. In uno di questi scambi avevo chiesto di portare la ricerca non solo sul versante che già veniva espresso, quello nostro, ma anche su quello popolare, sostenendo che i due livelli insieme sono praticati tra noi e devono trovare forme di espressione. Mi è stato chiesto di esplicitare il discorso per rilanciare discussione e ricerca, scambi e confronti.
La mia esperienza che rilancio come stimolo dentro uno dei filoni di ricerca del dopo Firenze è questa. Vivo a fondo personalmente la radicalizzazione della ricerca sulla purificazione della fede soprattutto nel suo cuore nudo, come cosa povera, “che non serve per vivere”, “insignificante”, totale gratuità. Ma ho coscienza che questo cammino razionale è tipico cammino di chi, appunto, ha forti strumenti razionali. Berton lo esprimeva lucidamente nel seminario sui ministeri quando parlava dell’uomo occidentale figlio dell’illuminismo, della laicità, delle ricerche marxiane, del secolarismo. Per noi, figli di questo occidente e delle sue ricerche, continuare a credere significa davvero ritrovare il cuore nudo del totalmente gratuito. Questo è il versante nostro, di chi è figlio della razionalità e ne possiede gli strumenti per esprimerlo.
C’è un altro versante che esprimiamo poco e che pure molti di noi pratichiamo, il versante popolare operaio. Non è scontato che su questo versante la ricerca su Dio e la purificazione della fede debbano avvenire (o esprimersi) attraverso gli stessi sentieri razionali nostri.
Il mio intervento vuole innestare uno scambio anche su questo versante:
– come pratichiamo a livello popolare cammini di purificazione della fede?
– semplice trasposizione di cammini nostri forzando il livello popolare alle nostre ricerche e ai nostri strumenti, o abbiamo sperimentato altre strade?
– rapporto tra pratica di massa e pratica intellettuale (pratica come ricerca che diventa prassi, mutamenti del vivere): quali rapporti tra i due livelli, quali problemi, quali scambi.
Sarebbe interessante se, come ci siamo scambiati in questi anni le domande radicali che ci crescevano dentro, cominciassimo anche a dare voce alle esperienze che molti tra noi facciamo di tentativi di purificazione della fede con il popolo. Dare voce a questi cammini, a queste esperienze, a questo vissuto.


Per parte mia ho schematizzato in alcuni punti la mia pratica popolare in un documento assunto come pista di ricerca in Piemonte e che offro come contributo e stimolo nella speranza di stanare altri PO. Raccontiamoci come viviamo con il popolo un cammino di liberazione della fede: credo ci sia tra noi un grosso vissuto che non ha ancora trovato filoni di espressione; se riusciamo a farlo emergere innesteremo tra noi un altro livello di comunicazione che ci farà bene.

 

II. Piste di ricerca per una prassi liberante della religiosità popolare


Premesse


1. ricerca e prassi sulla fede povera all’interno dei PO;
la fede e la prassi della gente.
Una prassi liberante non passa attraverso una semplice trasposizione dei nostri cammini né delle nostre “conquiste” dal livello nostro al livello popolare. Sarebbe anche questo colonialismo.

2. Una ricerca con categorie razionali fatta a livello intellettuale per esprimere un’esperienza di purificazione della fede e una ricerca pastorale per liberare la religiosità popolare verso una prassi di fede evangelica hanno la stessa dignità intellettuale e bisogna saperla difendere ed esprimere.
La prima ha categorie riflesse per esprimersi; la seconda o non viene fatta o non ha ancora le parole per dirsi sufficientemente.


Ipotesi di partenza


Nella religiosità popolare sono vissuti
grandi valori
ma
imprigionati in gabbie
storicamente alienanti.


Approfondire l’analisi su quali valori e su come si esprime l’alienazione.

 

Piste per una prassi liberante


 
1. Pista sapienziale biblica: riportare al centro dell’esperienza di fede la vita vissuta, non il culto, il sacro, il religioso.
– Riprendere la Parola
in piccoli gruppi raccontare la vita, rifletterla, scambiarsi il senso delle cose (la RdV come strumento inizialmente informale, successivamente metodico)
– il ruolo determinante di animatori popolari e loro formazione.
 
2. Dentro le strutture parrocchiali luogo normale dell’esperienza religiosa popolare ricreare condizioni in cui al centro si trovi la fascia più povera e non più il ceto medio
– analizzare la composizione sociale del territorio; da quale fascia in concreto è egemonizzata la gestione parrocchiale
– scegliere una fascia di riferimento (essere di tutti, sì; ma il vangelo chiede a tutti di mettere al centro i poveri). In un quartiere operaio privilegiare la fascia dei lavoratori dipendenti.
 
3. Dalla prassi devozionale all’esperienza liturgica:
– ho seguito in anni passati una prassi d’urto: negavo tutto ciò che consideravo deviante dal mio punto di vista (processioni, devozioni, rosari ). Ora ho meno difficoltà a partire dalle domande religiose così come si esprimono e innescare dal di dentro altre domande, verifiche critiche… per arrivare a esperienze religiose più solide.
Slogan: “ci accontentiamo di pappette o vogliamo arrivare alle bistecche?”.
– Il problema dei simboli e dei segni, a livello popolare importanti almeno quanto le categorie razionali. Attenzione alla semplice eliminazione: può nascere da diffidenze razionali e non garantire per nulla purificazione della fede.
– La riespressione liturgica: dalla liturgia aulico-clericale alla liturgia semplice e densa, con la vita dentro. Considero la strada liturgica uno strumento primario.
 
4. Dal Cristo catechistico al Cristo dei Vangeli:
– analisi della figura del Cristo trasmessa nella catechesi, nella predicazione, nelle devozioni, nella tradizione (con la t minuscola, ma efficacissima…)
– accostare il Cristo “robusto” dei vangeli. Il cammino non è senza shock: la robustezza dei vangeli non è conosciuta e provoca sconcerti
– recupero delle radici bibliche.
 
5. Dalla Chiesa subita alla comunità costruita:
– uscire dalla fede fruita “individualmente”
– riscoprire dal basso il gusto della fede come proposta comunitaria, da vivere insieme
– innestare un volano che rimetta in gioco ruoli e ministeri (il prete che si ridimensiona e crescita di ruoli e ministerialità diverse)
– senza fughe in avanti né seghe intellettuali: la riflessione teorica accompagni la prassi che cambia, non la ingabbi in schemi predeterminati.
 
6. Dalla comunità – gabbia all’inserimento nella comunità civile
è la pista più delicata e difficile da innestare per chi parte da esperienze istituzionali. Da cosa partire, quali gradualità, quali tensioni.

Silvio Caretto


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