Il solco tra l'altare e la fabbrica era grande

Ricordando don Renato Pipino


Vorrei proporre una riflessione sulla sua esperienza di prete operaio.
Ho conosciuto Renato quando ancora studiava e insegnava teologia morale. Ma poco tempo dopo mentre io sceglievo di fare il sindacalista a tempo pieno, l’ho ritrovato con la scelta del lavoro manuale: un’esperienza lunga fino alla fine della sua vita, 15 anni di lavoro come operaio in aziende passando da piccole aziende alle dipendenze di un’azienda media per un lungo periodo, e continuando poi come artigiano falegname nella cooperativa “Fraternità” e infine come operatore nell’azienda agricola della comunità.
La sua scelta, come già ricordato da altri, è maturata nella conoscenza e nel rapporto con l’esperienza dei Piccoli fratelli di Carlo De Foucauld ma anche nella constatazione che il solco fra l’altare e la fabbrica era grande.
Lo riconobbe il Papa Paolo VI quando alla fine del Concilio e in occasione del Natale visitò le acciaierie di Terni (allora gruppo Fimsider delle Partecipazioni Statali, poi in seguito Thyssengrup).
E lo riconobbe nella riflessione pronunciate davanti all’assemblea degli operai.
Ha ragione Roberto Fiorini che, nel periodico di cui è redattore (Preti Operai), avvicina l’intervento di Paolo VI a quello del Battista “vox clamantis in deserto”, perché è l’unica autorità della Chiesa che non solo ha legittimato l’esperienza dei preti operai come nuova forma di ministero presbiterale, ma gli ha dato impulso affermando che la Chiesa sollecita la missione di preti fra i lavoratori per condividere integralmente la condizione operaia.
Dunque né assistenti o consiglieri collocati “accanto” al mondo del lavoro, però come uomini del sacro, né la spiritualità e la povertà vissuta nell’isolamento monacale, ma uomini completamente immersi nella fatica di vivere e lavorare, senza speciali favori o segni distintivi.
L’incompatibilità di questa scelta è stata troppe volte affermata dalle autorità ecclesiastiche, come strappo alla sacralità della missione sacerdotale o come radicalizzazione intellettuale del Vangelo analoga a quella della “teologia della liberazione”.
Mentre fin dagli anni ’40 e ’50 fu istituita e sostenuta dalla gerarchia della Chiesa la presenza dei “cappellani del lavoro” col compito di offrire sostegno religioso e morale ai lavoratori senza sporcarsi col lavoro manuale, perché sacerdoti in affiancamento ufficialmente riconosciuti dalle direzioni aziendali.
Allorché un pulviscolo di preti negli anni ’70 abbracciarono l’esperienza del lavoro manuale in officina, in fabbriche diventando preti operai, in quel momento i lavoratori, gli operai, la “classe operaia” erano il punto in cui si concentrava l’aspirazione al cambiamento per una società più giusta, e per ognuno dei preti operai il momento di aprirsi, scoprire, tentare nuove dimensioni di vita, e di esperienza cristiana.
Dunque non essere “al di sopra di essi” operai, come guide di realtà sociali, ma essere “dentro” coinvolti fino in fondo nella dipendenza di un lavoro, nella fatica della manualità, nella solidarietà di una comunità.
Cioè come afferma Silvio Caretto che conosceva bene Renato, ieri prete operaio e oggi parroco a Grosso Canavese, nel suo libro di riflessioni, essere “paradigma di una Chiesa umile e povera”.
Nella mia vita di sindacalista ho conosciuto molti preti operai.
Oggi, a partire della riflessione sugli esempi di Renato, Carlo Carlevaris e Carlo Demichelis, Silvio Caretto, Sirio Politi, Toni Revelli, Gianni Fornero e di Luciano che ha parlato prima, può essere l’occasione per una valutazione non solo storica ma anche umana e sociale di questa speciale presenza. Lo abbiamo fatto recentemente nel Direttivo metalmeccanici Fim Torino, perché finora anche nel sindacato non si era mai riflettuto su queste esperienze, ospitate non solo come preti operai ma anche come rappresentanze sindacali di base e per qualcuno fino alla carica di dirigente sindacale.
Cioè questa esperienza ci interpella sull’utilità di avere questi testimoni immersi nel corpo sociale, in particolare nel mondo del lavoro, che è cambiato molto rispetto agli anni ’70 e ’80 in cui si diffuse la scelta del prete operaio.
Oggi la “classe” è cambiata, si è scomposta, è diventata molecolare, non è più solo “classe operaia”, ma è ceto sociale in via di rapido impoverimento.
Per conoscere questa esperienza e valutarla bisogna leggere gli scritti e le riflessioni dei preti operai che abbiamo conosciuto, qualcuno ci ha già lasciati, perché non esiste un’elaborazione generale, ma tante testimonianze personali, come quella che ci ha lasciato Renato, il quale ha sperimentato anche la rappresentanza sindacale e il licenziamento.
In queste testimonianze non si rilevano contraddizioni, proprio perché scelte personalmente responsabili e senza coperture o mandati; contraddizioni che invece scoppiarono per i cappellani fino alle rotture, spesso tramutate poi in vita di prete operaio.
Allora leggendo queste testimonianze troviamo impulsi diversi, vorrei citarne qualcuno.
Carlo Demichelis ci ha lasciato alcuni anni fa, un prete intellettuale che dopo gli studi a Roma entra in Fiat e poi nell’80 viene scaricato in CIG per 6 anni con altri 23.000 operai; ha lasciato scritta questa richiesta rivolta ai Vescovi e al sindacato: di non considerare conclusa l’esperienza dei preti operai e di lasciare la porta socchiusa… per nuove esperienze!
Altri considerano “l’avventura cristiana dei preti operai” non l’esperienza di una generazione sconfitta, ma la sentono come una scelta di libertà riproponibile oggi per la vitalità che ha saputo esprimere. Reato Pipino scrive “Noi abbiamo fatto un cammino che ci pare indispensabile, ma non siamo arrivati alla fine”. Dunque sembra suggerire che altri possono prendere il testimone.
Altri ancora parlano della loro vita come un grande spirito etico di fedeltà al Vangelo, alla gente, ai compagni; essere ricercatori che si affiancano alla nuova classe operaia per attraversare insieme il deserto.
Ecco, questa sensazione dell’attraversamento di un deserto è ben diffusa, perché non è definita o tracciata la meta da raggiungere per i preti operai. E’ appunto una ricerca, un’esplorazione di via da percorrere.
Vorrei però concludere con Renato che avverte meno l’attraversamento di un deserto, perché lui ha una meta già presente che affianca quella del lavoro manuale: cioè la comunità della Fraternità che costituisce per lui, ma non solo, un prezioso approdo.

Giovanni Avonto


Ivrea, 21 dicembre 2012

Comments are closed.