Caro vescovo Luigi

Renato si racconta


Voi che sarete emersi dai gorghi dove fummo travolti
pensate quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui cui voi siete scampati.
Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe,
attraverso le guerre di classe, disperati,
quando solo ingiustizia c’era e nessuna rivolta.
Eppure lo sappiamo: anche l’odio 
contro la bassezza stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia fa roca la voce. 
Oh, noi che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si poté essere gentili.
Ma voi, quando sarà venuta l’ora che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi con indulgenza.
(A coloro che verranno, Bertolt Brecht, 1938)

Caro vescovo Luigi,

sono tanti anni che sento la necessità di scriverti una lunga lettera per cercare di chiarire a te (ma forse anche a me…) la mia vita di prete in questi trent’anni. Non l’ho fatto finora per… pigrizia e pudore, ma anche per timore di fare una cosa inutile, soprattutto per la difficoltà di comunicare con un mondo, quello “ecclesiastico”, ormai così lontano. Non averla a male se ti metto con il “mondo ecclesiastico”. Non sarò mai abbastanza riconoscente alla “Provvidenza” per il Vescovo che ho avuto in questi anni: eccezionale per fede e per umanità, capace di dialogo sincero, di rispetto, fatto uomo (e…donna e giovane!). Non so immaginare come avrebbe potuto essere la mia vita di prete con un altro vescovo. Eppure questa lettera nasce dalla sensazione che molta parte della nostra vita (se uso il plurale è perché altre persone sono coinvolte in quello che dico) sia estranea a te e alla pastorale della diocesi; ma anche dalla speranza che tu possa capire e forse condividere qualcosa.
Mi ha fatto molta impressione quello che scrivevi ai Carmelitani di Lessolo, qualche anno fa, in calce alla lettera di Natale: “Grazie per la preziosa testimonianza”, e a me: “quando torni giù?”. Lo so che anche così cercavi di esprimere il tuo affetto e la tua stima… ma vorrei che almeno tu capissi che non ci siamo ritirati sull’Aventino, che non abbiamo abbandonato il nostro ministero di preti, che non siamo “in crisi”, che non c’è bisogno di tornare perché non siamo mai andati via!
Sono tra quelli che non hanno capito che scherzavate, al Concilio, quando parlavate della Chiesa dei poveri, e scriveste la “Lumen Gentium” e la “Gaudium et Spes”. Abbiamo preso sul serio la separazione tra Chiesa e mondo ( e tra Chiesa e Vangelo e Regno di Dio…); l’incapacità di annunziare il Vangelo agli uomini di oggi e la chiamata di Dio ad Abramo: “Esci dalla tua terra e va’ nel paese che ti mostrerò…” e siamo usciti “fuori dell’accampamento, andando incontro a Lui e portando il suo vituperio, perché non abbiamo qui una città stabile, ma cerchiamo quella futura” (Ebrei 13,13). Siamo partiti da qui, dalla necessità di uscire dalla cultura e dalle istituzioni ecclesiastiche per capire il mondo a cui ci avete mandati; per fare nostre e rivivere con fede “le angosce, i dolori, le gioie e le speranze degli uomini, soprattutto dei più poveri…”
Certo, dopo tutta una vita, ci troviamo a mani vuote (secondo i vostri criteri “apostolici”) e con l’abito infangato: non siamo devoti, spirituali e puri come ci è stato insegnato; abbiamo un linguaggio poco confacente allo stato sacerdotale, troppo “comunisti” in politica rispetto alla direttive elettorali della Cei, ma abbiamo cercato di andare incontro al Dio della liberazione, per fedeltà a Cristo e al Vangelo del Regno, e abbiamo conservato, ‘per grazia’, la fede, il legame (sofferto, ma reale) con la Chiesa cattolica, il sacerdozio e anche il celibato. Se parliamo male della Chiesa e dei suoi gerarchi è solo perché dentro ci brucia la passione per il Regno di amore, di giustizia e di libertà. Abbiamo abbandonato tante cose e valori: i libri di teologia e lo studio ma non la passione per capire il mondo e l’umanità; il devozionismo, le devozioni, le preghiere, ma non il desiderio del Regno e la gioia per qualche briciola di questo (venga il tuo Regno… magnificat).
Con alcuni amici abbiamo fatto un’esperienza che credo non esagerato dire eccezionale, di umanità, di fraternità , di fede laica e secolarizzata, che crediamo ci abbia portato a comprendere il Vangelo e a cercare di viverlo in un modo che può sembrare singolare, ma che credo ci accomuni a tante persone e a tanti gruppi sorti in questi anni in Italia e nel mondo. Con questi non abbiamo un rapporto organico e continuo, ma ogniqualvolta leggiamo o sentiamo di essi, percepiamo un legame profondo che ci unisce. Siamo cambiati così profondamente che facciamo davvero fatica a riconoscere nei vari incontri con il “presbiterio” la stessa fede, la stessa religione, lo stesso ministero. Non c’è stato tra noi e la Chiesa di Ivrea (Vescovo, preti, cristiani praticanti) un dialogo e un confronto continuo. Ci siamo ignorati e vicenda (ma poteva essere diverso?). I pochi tentativi di incontro (le commissioni del Consiglio pastorale e lo stesso Sinodo diocesano) hanno confermato la distanza che ci separa: noi non sappiamo più cosa sia o possa essere la “pastorale”: ci sembra una organizzazione del consenso, un “fare” senza “essere” e voi forse vi chiedete cosa significhi ancora la nostra vita senza pastorale, con poca preghiera, senza una fede visibile, senza efficacia anche nel campo sociale e dell’assistenza.
Il dialogo più frequente con i pochi preti che ci hanno interpellati è il seguente:
– “Ma cosa fate tutto il giorno?”
– “Lavoriamo”
– “Ma solo?”
– “Preghiamo un po’ (poco)”!
– “E basta?”
– “Eh!…”
– “Già, però ospitate dei ragazzi”.
– “Si!”
– “Ma quanti?”
– “Beh, dipende, tre, quattro, al massimo sei o sette”.
– “Così pochi?…Certo avrete una bella pensione! Ma dite ancora la Messa?”
– “Sì”
Cerco di spiegarti cosa è successo seguendo due vie:
a) raccontare passo passo i momenti più decisivi della mia vita.
b)provare a dire quali sono la forma e la sostanza dalla nostra vita a Lessolo.
La prima via è forse troppo personale, ma con il mio vescovo penso di potermela permettere; la seconda mi servirà anche per un eventuale incontro in occasione dei 25 anni della “Fraternità”.

 

1.1.

Dalla mia famiglia ho ricevuto affetto e sicurezza, attaccamento allo studio e al lavoro; un tenore di vita non “povero”, ma rigoroso e sereno; una religiosità tranquilla, pudica e non bigotta (ho scoperto la voglia di mio padre di pregare con me, già prete, alla vigilia della sua morte…), e tutte quelle cose che normalmente si ricevono dalla famiglia.

 

1.2.

Sono entrato in Seminario a 11 anni, di mia volontà, contro il parere di mio padre che voleva frequentassi almeno i tre anni della scuola media a Chivasso, con una decisione maturata nel clima dell’Azione Cattolica, dell’oratorio e dei chierichetti.
Ho ricevuto un’educazione rigida e spartana: freddo,poca pulizia, poco spazio all’affetto (anche dei genitori), gioco, studio, preghiera. Mi ci sono trovato fin troppo bene, tanto da essere poi un “duro” come superiore. Stessa formazione di tutti gli altri preti della diocesi: maschilismo e clericalismo, timidezza (soprattutto con le donne); religiosità sacrale e devozionistica (frenata dal temperamento e dal clima familiare); teologia scolastica astratta e conservatrice, separazione dalla cultura ‘laica’; anticomunismo (ma senza preoccupazioni personali mie; a 14 anni ho lavorato e trovato amicizia con un muratore che era un vecchio socialista anticlericale, ma sempre rispettoso); volontariato; impegno per “povertà, castità e obbedienza”: formazione nella spiritualità del clero secolare ma fortemente influenzata dalla spiritualità dei religiosi.

 

1.3.

A Roma: un mondo per me assolutamente nuovo, in gran parte “liberatorio” sia pure in un quadro ancora molto tradizionale sul piano culturale, istituzionale e spirituale. Ho fatto la Licenza in teologia alla Gregoriana, poi ho frequentato il corso per il dottorato in morale (non ho mai fatto la tesi, sia perché non ho più avuto tempo né…voglia, sia perchè l’avevo scelta su…Origene); nel frettempo ho frequentato S. Anselmo e l’Accademia Alfonsiana.
Roma è stata per me anche il Concilio e Giovanni XXIII . Mi sono innamorato della Chiesa e della teologia d’oltralpe: aperture teologiche notevoli, alcune alla Gregoriana, ma soprattutto con il clima respirato alle conferenze dei teologi (Congar, Rahner, De Lubac, Schillebeeckx) a cui si andava, alcune volte col permesso del Rettore, più spesso di nascosto, chiedendo le chiavi, al portinaio, poiché si rientrava tardi.
È dello stesso periodo la scoperta dalla spiritualità di Carlo De Foucauld, e la conseguente liberazione dalla spiritualità devozionistica e chiusa dei Seminari. Un’uscita “clandestina” – il nostro dovere era lo studio -mi ha portato ad una conferenza sulla fraternità secolare Jesus Caritas tenuta dal Rettore Mons. Maggioni. Credo che queste “uscite” (anche per andare qualche volta in parrocchia) siano state le infrazioni più grosse alla disciplina del Seminario.
Ma poi…
Nel 1963 muore all’improvviso mio padre. Non sono autosufficiente economicamente; dalla diocesi ho solo la borsa di studio lasciata del Card. Fietta che copre il 90% dalla retta del Lombardo. L’ultimo anno a Roma è anche un periodo di ristrettezza economica, superato con l’aiuto generoso generoso di alcuni compagni.

 

1.4. Ritorno in Diocesi.

– In Seminario.
Mentre studio Roma muore il can. Barberis, e sono“richiamato”per insegnare teologia morale; gli alunni sono, praticamente, i miei stessi compagni di studio. Posso dire di aver sempre lavorato “in salita”, a far cose più grandi di quelle per cui ero preparato e, appena il lavoro diventava un po’ più semplice, via, a fare altro. In questo mi ha aiutato il “lato buono” del volontariato e della competitività in cui sono stato educato.
Con l’insegnamento in teologia c’è anche quello di matematica e francese nella media, l’aiuto al vicerettore del seminario minore, prima, e poi al maggiore.
Mi vengono affidate, anche in forme diverse, la Fuci, i Laureati cattolici e la Giac e tutte realtà per le quali l’esperienza e la preparazione culturale (oltreché, naturalmente il tempo) erano in me scarsi; realtà attraversate da profonde crisi interne e dal vento del 68…
– L’entusiasmo per il Concilio e un po’ di…boria, non sempre consapevole, ma reale mi portano ad alcuni contrasti “teologici”con alcuni preti e all’impegno per la realizzazione della riforma liturgica in diocesi (con don Gigi, don Nino…).
Tengo alcune conferenze (con discreto successo) ai corsi di aggiornamento per le Religiose della diocesi, presentando i documenti conciliari; poi, senza che mi si dica nulla, non vengo più invitato. Verrò poi a sapere anni dopo che non ero più gradito, forse anche per le ‘idee’ teologiche, ma soprattutto perché critico verso certe istituzioni (avevo suggerito di mettere i locali nuovi costruiti a fianco del ‘Tempio’ a disposizione degli alluvionati di Firenze).
Personalmente ho creduto davvero che la Chiesa potesse liberarsi dal peso del potere e del denaro; che le congregazioni religiose si decidessero a vendere quanto possedevano per darlo ai poveri e poi ricominciare da capo secondo il carisma del loro fondatore, non più a illudersi di educare cristianamente i figli dei ricchi (o almeno di quelli che già ne avevano …di soldi, insegnanti, preti e suore…), ma semplicemente per insegnare a leggere e scrivere ai bambini abbandonati, a curare quelli che nessuno cura ecc. Era il “ritorno alle origini…”.
Quanto siamo stati ingenui!
Ma siete voi Vescovi che ci avete illusi con il Concilio, e se, crollati questi sogni non abbiamo perso la fede, è solo per grazia di Dio. Come è solo per grazia che ancora siamo intestarditi a seguire una via “non più di moda”.
– Conosco un po’ da vicino un certo Vescovo…
– Esperienza bella, anche se nuovamente difficile, nel Seminario di Vercelli che raccoglie i chierici di Ivrea, Vercelli e Casale.
– Nel frattempo maturano alcune esigenze “sacerdotali”. Pur con sfumature diverse (il tempo le metterà in risalto) insieme a don Gigi Rey, don Nigra, don Togliatti, don Dematteis, si elabora un progetto di vita comunitaria sacerdotale che trova una prima attuazione a S. Salvatore. Io sono ancora trattenuto in Seminario da Mons. Mensa, partecipo da “esterno”. Il progetto naufraga presto…
Da parte mia gli elementi determinanti sono: vita comune, comunione dei beni, povertà, preghiera, con l’illusione che in questo modo anche il celibato sacerdotale sia creduto e capito dalla gente.
Il ministero sacerdotale è visto più orientato all’annuncio del Vangelo che non all’amministrazione dei sacramenti o alla cura della comunità cristiana. La vita sacerdotale mi appare indissolubilmente legata a povertà, castità e obbedienza; forte sottolineatura della “testimonianza” e prevalenza della spiritualità religiosa su quella secolare.
Fallita la prima esperienza di comunità sacerdotale, riproveremo, Nino, Giovanni, Renzo ed io a Banchette (8 dicembre 1967).

 

1.5. Banchette.
Sono gli anni più vivaci (son tentato di dire ‘ruggenti’). Qui si raccolgono aspirazioni ed esperienze passate, in qualche modo si radicalizzano e danno una svolta alla mia vita; segnano un punto da cui non si può tornare indietro. Mi è difficile sintetizzare quanto vissuto in questi anni, ma mi pare giusto provare, anche per riconoscenza a tutti quelli, sacerdoti e laici, credenti e no, che mi hanno accompagnato e aiutato.

 

1.5.1. Vita comune.
La pastorale parrocchiale è assunta da tutta la comunità, anche se formalmente c’è un parroco, che è poi anche quello che si occupa maggiormente della ‘cura’ della comunità. La vita comunitaria, con preghiera e comunione dei beni, si allarga a una coppia di sposi e a ragazzi e ragazze che vengono accolti nella casa parrocchiale.
Siamo uniti dai progetti che insieme discutiamo per una Chiesa rinnovata e
profetica.

 

1.5.2. La dimensione ‘politica’.
Mancava completamente nella formazione del seminario: lì tutto funzionava senza alcuna analisi del potere, dell’economia, delle classi sociali. Era naturale che i cattolici fossero democristiani e al potere.
Già con la Fuci avevo avuto un primo contatto con la contestazione studentesca: vi avevo posto grande attenzione, perché, nonostante la mancanza di cultura, di esperienza e l’incapacità culturale di coniugare la fede e il ministero con le nuove idee, intuivo la novità e le ragioni profonde, che pur su versanti opposti mi richiamavano la novità del Concilio.
Poi vengono i primi cortei di protesta; ricordo l’emozione profonda e lo sforzo per superare la mia timidezza e un po’ di…vergogna, per le strade di Ivrea, facendo cordone a braccetto con una ragazza, vestito da prete, dietro le bandiere rosse, urlando slogan contro il potere, la polizia e i carabinieri…
Queste cose ti entrano dentro e ti plasmano forse più che non tanti anni di seminario: diventa carne dalla tua carne la consapevolezza che tu, per la giustizia, la libertà a cui ti senti impegnato dal Vangelo, prima ancora che da una maturazione umana, sei da una parte, sei passato di là, e le forze dell’ordine, i borghesi, i benpensanti, tanti cattolici e preti da un’altra.
E così gli scioperi, i picchetti, le manifestazioni operaie,le discussioni per il rinnovo dei contratti, l’alzar la voce a difesa di chi di fronte al ‘padrone’ o al capo non osa o non sa parlare.
Un problema che rimane: tu sei con gli ‘atei’, quelli che non vanno in chiesa e dall’altra parte ci sono i cattolici (nella fabbrica dove ho lavorato più a lungo due sole persone – un uomo e una donna – in quindici anni mi hanno detto che erano credenti e praticanti (di sicuro sono le uniche occasioni in cui ho parlato di religione): due impiegati che non hanno mai fatto una sola ora di sciopero, per nessun motivo, preoccupati dello stipendio (ma non erano poveri) e della carriera, e probabilmente della loro coscienza che non permetteva loro di fare cose così.
Di qui, e soprattutto dal 1971 in poi, la ricerca per liberare la propria fede, la predicazione, il ministero dall’ideologia ‘borghese’, e di incanalarli nel processo di liberazione di cui è portatrice (non lo si discute nemmeno) la classe operaia. Cerchiamo, pure in un contesto di relativo benessere e con poche tensioni sociali, di farci coinvolgere nella vita (ancora molto poco) e nelle ‘lotte’ dei più poveri.
Siamo accusati di ‘orizzontalismo’, di fare politica ecc.; certo siamo, culturalmente un po’ rozzi (quanto più raffinati erano i nostri amici democristiani che conoscevano molto meglio di noi la storia del movimento cattolico!), ma ormai siamo su una strada da cui non torneremo più indietro.

 

1.5.3. La pastorale post-conciliare.
Tentiamo seriamente di ‘attuare’ il Concilio: rinnoviamo e ravviviamo la celebrazione dell’Eucarestia; facciamo una scuola biblica all’interno della Messa; tentiamo (con poco frutto) di amministrare seriamente i sacramenti; troviamo un rapporto più franco e schietto con molti laici che partecipano alla vita della parrocchia e con il resto della gente; aboliamo le tariffe e le offerte per le Messe e per ogni altro atto di culto. Questo è stato un passo di vera liberazione della nostra vita e del ministero, da cui non ci “liberemo” più e che forse ha cominciato a cristallizzare le differenze e la ‘rottura’ con il resto del presbiterio diocesano.
È stato un tentativo fallimentare che ci ha logorati e che ha consumato tante energie: più diventiamo ‘seri’ nelle nostre scelte e più ci accorgiamo dell’impossibilità di ‘attuare’ il Concilio nelle sue intuizioni più importanti: questa pastorale non intacca (ad eccezione forse dell’abolizione delle tariffe) la struttura ideologica, economica e di potere della Chiesa e del nostro inserimento in essa, e nella società, ed è in contraddizione con le scelte operaie e politiche.

 

1.5.4. Il lavoro in fabbrica.
Nel ‘70 Nino va a lavorare alla Olivia Revel; anche in seguito a questa decisione Renzo lascia la comunità e al suo posto vengono Giorgio, Alda e la loro figlia Stefania di pochi mesi. A settembre del ’71 anch’io lascio l’insegnamento in seminario e comincio a lavorare (sei mesi come stagionale alla Ravit di Borgofranco; un anno e alcuni mesi al mulino di Montalto e poi tredici anni alla Wierer di San Giorgio. Poco dopo Giovanni, che non se la sente per salute di lavorare manualmente, trova un posto alla biblioteca di Ivrea. Potrei dire: ‘preti operai’, ma le componenti di queste scelte sono così numerose e così mescolate che non trovo facile dire cosa abbiamo fatto o cosa siamo stati in quel periodo. In breve, con le chiarificazioni di poi, forse si può dire che siamo sempre stati più con i preti operai “veneti” che non con quelli “piemontesi”; non siamo andati e non siamo stati in fabbrica per fare la pastorale operaia, nè per “piantare la Chiesa” nella classe operaia. Senza aver mai teorizzato in questo senso, siamo stati piuttosto sulla linea del “paradosso” (vedi ultimo numero di “Preti operai”).
– Punto di partenza credo sia stato la consapevolezza della lontananza del mondo operaio (ma in genere del mondo, dei poveri e di quelli impegnati per la libertà e la giustizia) dalla Chiesa e che ben presto i lontani erano la Chiesa e i preti e non viceversa. Tale consapevolezza ha molte radici: il contatto con alcune realtà “povere”, lo studio e la riflessione sul Vangelo, il Concilio, il contatto con alcuni amici particolarmente impegnati nei sindacati e in politica, ecc.
– Un’altra componente fondamentale è stata la spiritualità di Carlo De Foucauld, negli anni di Bose e in quelli immediatamente successivi. Un tratto di cammino fatto con don Gigi, che poi si è allontanato (ma lui pensava che eravamo noi ad esserci allontanati) perchè con il lavoro siamo diventati troppo “sociologici” e meno “spirituali.”
– Siamo andati a lavorare per amore del Vangelo e della Chiesa, ma fin dall’ inizio, con molta chiarezza, non per evangelizzare. L’immersione nella classe operaia ci è sembrata una condizione indispensabile per liberare noi e la Chiesa dalle catene che ci rendono incapaci di annunciare Cristo e il suo Vangelo.
– Il marxismo. L’incontro della povertà con la dimensione politica ci porta e fare la scelta della fabbrica. Il ragionamento è molto semplice e “marxista”: non si può capire la società se non con l’economia; l’economia si capisce soprattutto con i rapporti di produzione; questi sono evidenti in fabbrica. Il marxismo è per noi soprattutto uno strumento di analisi sociale e politica, per la liberazione della classe operaia e di tutta la società: strumento di giustizia e di libertà. L’ateismo teorico non ci turba; ci pare quasi la logica conclusione della non testimonianza dei cristiani e dello schieramento della Chiesa con il potere e il capitalismo. Votiamo PCI; in fabbrica siamo eletti delegati e quasi costretti (non era certo nei nostri progetti) a militare nel sindacato: Nino nella Cisl, io nella CGIL; lavoriamo senza problemi con atei e comunisti (e ci troviamo bene!).
– Siamo partiti quasi senza parlarne al Vescovo, sia per la libertà che questi ci ha sempre lasciato, sia per il clima del tempo che ci fa sentire liberi dall’autorità.
– Dopo i primi anni di “rodaggio” e di scoperta di tanti valori, sofferenze, gioie e speranze della classe operaia, il lavoro in fabbrica (ma poi anche quello agricolo in cooperativa) scava la vita in profondità. Quello che la Chiesa temeva nel ’54 quando ha proibito ai preti francesi di continuare a lavorare in fabbrica si avvera: è corrosa la sacralità del sacerdozio; la “spiritualità” crolla; si scende dal gradino di potere su cui il sacerdozio ci aveva messi (in fabbrica si è come gli altri, non essendo lì per insegnare o per evangelizzare); la donna, compagna di lavoro e di lotte non è più idealizzata; si diventa laici e “materialisti”; i fronzoli volano via; si conta per quello che si fa e si è, non più per il ruolo che si ha. Le lotte in fabbrica e fuori ci assorbono, il sindacato, non ricercato, diventa un luogo familiare e connaturale.
– Si scava un profondo solco con il mondo cattolico sempre più lontano anche quando (ma in fabbrica è raro) è impegnato nel “mondo del lavoro”. La Chiesa, la gerarchia sono realtà sempre più lontane. Conserviamo però la fede, il ministero, il celibato, il legame con la Chiesa, anche grazie al Vescovo che abbiamo.

 

1.5.5. Gli “ospiti”.
Apriamo le porte della parrocchia ad alcuni ragazzi in difficoltà. È una decisione importante. Grazie a loro molte cose cambiano in noi e attorno a noi. Situazione molto difficile: non siamo preparati a vivere a contatto con l’emarginazione; i nostri impegni pastorali e il lavoro ci rendono difficile una continua presenza con loro; spesso sono ragazzi che escono dal carcere con problemi di “giustizia”; aiutarli ci pone qualche volta al limite della legalità e in contrasto non solo con i “benpensanti”, ma talora anche con giudici e forze dell’ordine. Nel clima che si respira sono le vittime dell’organizzazione capitalistica della società. In realtà molti di loro provengono da situazioni familiari difficili.
– L’insieme di tutte queste cose ci porta ad una lettura nuova del Vangelo: appare come mai prima la profonda umanità di Gesù, le sue polemiche con i “religiosi” e il potere stabilito, la liberazione dell’umanità che lo circonda.

 

1.5.6. La donna.
– Mi sono innamorato a 14 anni di una ragazza più grande di me, già fidanzata, e una seconda volta a 18 anni di una mia coetanea. Nessuna delle due si è accorta di me, del mio amore platonico e unilaterale, mai dichiarato. Il secondo mi ha ‘tormentato’ per più di un anno, ma mi ha permesso, credo, di uscirne leggermente più maturo per la scelta del celibato.
– Poi l’educazione del Seminario, la separazione quasi continua dall’altro sesso avevano accentuato in me una forse naturale timidezza, superata poi nei primi anni di ministero (Fuci, Guide ecc.). Permanevano però un atteggiamento maschilista e clericale; l’incapacità di ascoltare e capire l’animo della donna e quelle complicazioni psicologico-spirituali tanto frequenti nei sacerdoti.
– La vita in comunità, il lavoro in fabbrica, il cammino comune alla ricerca di una maggiore fedeltà al Vangelo e a coloro che hanno condiviso la nostra vita ci hanno cambiati profondamente anche nei riguardi della donna, smitizzata, ma “liberata”, possibile sposa, compagna e sorella.
– Il celibato è rimasto privo delle motivazioni e delle fonda- mente tradizionali e sacrali legate alla spiritualità insegnataci in seminario (le mani consacrate che toccano l’ostia non possono accarezzare una donna!); non reggono più neanche le motivazioni esegetico-teologiche tradizionali. Ma il celibato regge, attraversando difficili periodi ecclesiali e anche personali. E’ il celibato ‘per il Regno di Dio’ (non quello dell’al di là): si scopre che almeno in qualche caso l’essere liberi da legami affettivi matrimoniali è una facilitazione per essere poveri e disponibili per progetti che sono ‘assurdi’ e per persone che lo chiedono.
In seminario ci avevano insegnato ad essere ‘puri’, ma non ad amare: le donne no, per il celibato, gli uomini ancor meno per non cadere nelle amicizie particolari.
Attraverso tutte queste vicende qualcosa abbiamo imparato, proprio da tutti quelli che in un’altra prospettiva avevano bisogno di noi, ed erano ‘lontani’ ideologicamente e moralmente. L’ideale è Gesù: ogni persona che lo incontrava, uomo o donna, aveva l’impressione che fosse innamorato di lei e di lei sola.

 

Renato con i fratelli Gianfranco e p.Bruno

Renato con i fratelli Gianfranco e p.Bruno

1.6.
Banchette è stata una cosa troppo grossa: troppe novità e sconvolgimenti, tutti difficili da tenere insieme pur con il sostegno della comunità (senza la quale non sarebbe stato possibile neanche cominciare). E si arriva alla rottura. Il primo a ‘saltare’ sono io: il più scoperto. Mi ero buttato a capofitto nella nuova realtà: ero il più giovane e avevo investito a Banchette tutte le mie energie, rinunciando ad ogni altra possibilità.
Sono “accusato di aver perso la testa per una donna” e di non avere più a cuore i problemi e la vita della comunità. Non è vero! Ho perso la testa, ma per tutti i problemi e le persone da cui siamo travolti. Nel tentativo di salvare la comunità accetto ‘l’esilio’. In realtà non si poteva più reggere e poco dopo la comunità si sfalda ulteriormente. Rimane Giovanni in parrocchia a cui poi si aggiungeranno Clara e Luciano. Il legame di fede e di amicizia che ci ha uniti rimane e, passata la burrasca, i nostri rapporti torneranno cordiali come prima.
Non so dove andare; l’esperienza fatta mi ha reso estraneo ad ogni realtà “istituzionale”. Chiedo ai frati di Lessolo di ospitarmi quindici giorni, giusto il tempo per cercare una destinazione definitiva. Per correttezza non mi faccio più vivo a Banchette; non riesco a spiegare nulla neanche agli amici che me lo chiedono. Passo un periodo molto brutto, tagliato fuori dalla diocesi; qualcuno pensa che io stia per lasciare il sacerdozio. Poi a poco a poco mi inserisco in una nuova realtà che all’inizio sentivo mia solo per metà.
Da maggio del 1974 sono ancora qua. Nel frattempo sono stato licenziato dalla fabbrica per essere passato a “vie di fatto” nei confronti del Direttore. Davanti al Pretore si ricostruiscono i fatti e sono riassunto, insieme all’altro delegato, perché la ditta è stata riconosciuta colpevole di attività antisindacale. Nel 1986 la Wierer di S. Giorgio chiude la produzione: accetto di uscire con altri operai.
A Lessolo apriamo una cooperativa agricola di cui viviamo noi e i ragazzi che sono ospitati. Da anni soffro di artrite reumatoide; nel 1994 abbandono per metà giornata il lavoro manuale e accetto di essere retribuito dall’Istituto Sostentamento del clero per il lavoro in vescovado. Il nuovo lavoro mi piace, ma mi trovo in un ambiente che non è più il mio e scendo a compromessi con la coscienza per la retribuzione.

 

RENATO PIPINO