Accusatori e accusati

Renato in fabbrica: memorie di una dura lotta


 

Si ha l’impressione che i nostri compatrioti seguano con scarso interesse i lavori della conferenza di Belgrado fra i trentacinque Stati europei ed americani firmatari degli accordi di Helsinki. Conferenza che prepara un più solenne e importante incontro per l’autunno.
Viviamo su un vulcano ma, ad eccezione di Carlo Cassola, nessuno se ne preoccupa troppo. Il primo e più grave problema ecologico del nostro pianeta è quello degli arsenali atomici, ma a noi sembra di aver fatto abbastanza quando abbiamo pensato a proteggere le stelle alpine dal saccheggio dei turisti.
Qualche giornale nasconde a fatica la delusione perché i diplomatici raccolti nella capitale jugoslava non hanno cominciato fin dal primo giorno a prendersi per i capelli sulla questione dei «diritti civili» con l’Unione Sovietica nella parte dell’imputato principale, come se fosse utile e giovevole al nostro mondo, al nostro tempo, la trasformazione di una conferenza per la pace e la cooperazione in una rissa ideologica.
Con questo non voglio dire che il problema dei diritti civili sia secondario. Dico che è mal posto se prende l’aspetto di un processo unilaterale contro i paesi socialisti. Cominciamo col guardare in casa nostra. Per esempio, noi abbiamo la libertà di stampa e io vorrei che ci potesse essere una stampa libera in ogni paese del mondo. Mi domando, però, che cosa se ne facciano della nostra libera stampa i trentadue italiani su cento che non sanno né leggere né scrivere (la cifra è stata autorevolmente ricordata giorni fa da Tullio De Mauro su questo stesso giornale). Evidentemente c’è qualche «diritto civile» che non funziona nemmeno da noi, se un terzo abbondante della popolazione non può usufruirne.
È sotto gli occhi di tutti il caso del prete operaio don Renato Pipino. Licenziato dalla fabbrica in cui lavorava, una multinazionale che ha sede nei pressi di Ivrea, perché difendeva dalle minacce di un dirigente un compagno di lavoro.

Un bizantino, in proposito, mi spiegherebbe la sottile differenza che passa tra diritti civili e diritti sociali. A me non sembra una differenza assolutoria per la ditta Wierer.
Ho letto anche quello che succede nelle industrie tessili della Valsesia, dove le operaie giovani sono assunte in prova per tre mesi, durante i quali sono tenute sotto osservazione medica e sottoposte (ma quante attenzioni!) perfino al test ormonale: se risultano incinte, sono licenziate. Non so se quello di fare un figlio sia un diritto sociale, un diritto civile o un diritto di qualche altro genere. Per qualcuno, più che un diritto, sembrerebbe addirittura un obbligo.
Noi abbiamo la libertà di parola e io vorrei che ne godessero, senza altri limiti che il rispetto del prossimo, tutti i miliardi di uomini e donne che vivono, in una terra divisa, sotto un cielo uguale per tutti e senza frontiere. Ma non dimentico che milioni di nostri connazionali non possono nemmeno esercitare il diritto di parlare la lingua patria, perché costretti a imparare quella del paese dove hanno trovato lavoro.
A me sembra che non possiamo mai separare la difesa del diritto al dissenso nei paesi dove dissentire è reato dalla difesa dei diritti di tutti, in tutti i paesi. I diritti delle donne, dei bambini, dei vecchi, dei carcerati, dei discriminati, dei malati di mente, di tutti i deboli, gli oppressi, i minorati.
Questo è un campo in cui nessuno può scagliare la prima pietra, se non è ipocrita. Gli Stati Uniti, per esempio, sostengono ancora, finanziano e armano alcuni dei peggiori regimi dittatoriali, dall’America del Sud all’Asia, che senza il loro aiuto sarebbero cancellati dalla carta mondiale delle ingiustizie in poche ore.
Non sono cose da nascondere, da tacere per quieto vivere, per diplomazia. Sono però cose da trattare senza animosità reciproca, senza tentare di dividere il mondo in accusatori e accusati: una divisione che automaticamente aggraverebbe anche le rivalità strategiche e militari e i rischi di guerra. Altrimenti anche «lo spirito di Helsinki» sarebbe aria fritta e andrebbe ad aggiungersi ad altri «spiriti» che nei decenni passati hanno preso il nome da questa o da quella capitale. Lascio agli esperti l’elenco.
Sono passati trentadue anni dalla fine della seconda guerra mondiale. Nel frattempo ci sono stati conflitti, anche atroci. La catastrofe però non c’è stata. È segno che il mondo dispone della riserva di saggezza necessaria per evitarla. A me sembra una riserva preziosa, che dobbiamo studiarci di non compromettere, che dobbiamo accrescere con gli onesti sforzi di tutti, compresi quelli che a Belgrado non ci sono: i cinesi, per esempio.

 

Gianni Rodari

(da “Paese sera”)

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Compagni di lavoro Wierer

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