L’esperienza comunitaria: la mia infanzia speciale

Comunità di Banchette


 

Io provengo da quella generazione figlia dei grandi esperimenti degli anni sessanta e settanta, che per molti è ancora pratica ed esempio di vita: anni forti e determinanti che  è bello ricordare e non dimenticare. Ho trascorso la mia infanzia fino ai 14 anni nella comunità di Banchette poi di Ivrea, finchè poi con i miei genitori ci siamo trasferiti altrove ed è iniziato un altro tipo di vita.
Mi ha certamente ferito il fatto di aver abbandonato quel giardino d’infanzia in modo brusco e dove il distacco anche fisico, dovuto al trasferimento in un’altra città, mi ha fatto entrare abbastanza di prepotenza in una adolescenza un po’ inquieta.
Cos’è che ricordo con più piacere e nostalgia allo stesso tempo? Credo che qualcosa di speciale accadeva in quegli anni 70 e sono orgogliosa di averne attraversato un pezzo di storia personale. Sì, perché ci sono dei momenti storici in cui ‘succede’ qualcosa, in cui quando li osservi, pensi che avresti voluto essere là e vivere in quel posto, in quel tempo.
A me  è successo tante volte e da qui è nata la mia passione per la Storia: volevo essere a Parigi durante la Comune di fine ottocento, e poi ancora a Cuba negli anni 50; avrei voluto vivere sulla mia pelle la controcultura americana degli anni 60, ma anche attraversare le sue praterie 200 anni fa; o diventare un’artista nel Messico degli anni 30, o pacifista nell’ India di Gandhi.
Potrei andare avanti ancora molto, tanti sono i luoghi e i tempi del mio affetto. Quello che mi ha sempre attirato sono stati tanti i ‘momenti storici’ in cui il tratto fondamentale fosse una forte spinta culturale alla diversità. Questo è stato anche il mio sentire l’ esperienza di vita in comunità.
Ed è per questo che mi sento figlia di quegli anni; anni dove la diversità era ricercata come spinta propulsiva dell’esistenza personale e di un certo cambiamento sociale. Ricerca di spazi di vita che abbiano un senso più alto ed esprimano ciò che sei o vorresti essere.
Il banale non mi ha mai interessato. Sono cresciuta in una comunità che anch’essa non rispondeva ai suoi canoni. Non era prettamente religiosa, né solo politica e neanche una comune hippy, ma aveva forti le radici nel sociale come elemento prioritario.
Le riflessioni da adulta si alternano poi ai ricordi e ai segni lasciati dall’ infanzia. Fondamentalmente io sono cresciuta in una casa frequentata in modo più o meno stabile da tante persone e sono stata circondata da molto affetto e di una affettività variegata. Credo che l’eredità più preziosa sia stata questa: il capire, proprio per l’esserci cresciuta, che la vita è fatta di affetti allargati, dove ciò che conta sono gli uomini e le loro relazioni; sangue religione e razza sono un insulto al nostro sviluppo. Ho imparato così ad amare la gente proprio per la sua diversità.

.

Renato tra Giorgio e Stefania

Renato tra Giorgio e Stefania

La comunità era un’esperienza totalizzante, nel senso buono del termine. La gente si spendeva tutta per intero con la propria esperienza di vita per la riuscita di un progetto. Il connubio fra scelta di vita e politica, a cui inoltre si aggiungeva una vocazione religiosa, è stato un esempio potente e straordinario.
Ciò che oggi vediamo sempre meno sono proprio quei tratti di umana saggezza che appartengono ai periodi forti della storia, dove l’uomo sembra voler toccare con mano la grandezza dello spirituale ed elevarsi ad esso con tutto se stesso e con gli altri.
È sempre delicato il rivedere esperienze passate ed esentarsi dai giudizi, oscillando fra il nostalgico e la resa dei conti. Ma io credo che il successo di un’esperienza non si misuri necessariamente con il metro della durata e della capacità di centrare certi obbiettivi, ma dalla sua intensità e forza di impatto sia per chi lo ha vissuto sia per gli altri.
Avere una visione e una pratica alternative al costume predominante significa anche avere diversi metri di giudizio. L’inconvenzionale che si innalza a possibilità di vita diversa si fa proprio di principi da spendere nel quotidiano.
Questo l’ho portato con me anche durante la mia adolescenza e i miei vent’anni a contatto con esperienze politiche radicali. Due sono state le esperienze forti e fondanti della persona che sono diventata (nel bene e nel male!). La prima è stata la vita in comunità nella mia infanzia che ha formato la mia capacità di giudizio, la mia etica, il valore da dare alla vita, alle cose e alle persone.
La seconda è stata le mia esperienza universitaria e politica dei miei primi vent’anni. Credo che siano momenti formativi e decisivi per chiunque. Ho studiato Scienze Politiche all’Università di Bologna, dove ci siamo trasferiti negli anni 80. Fu la scelta di studio del mondo, non dettata da lungimiranze pratiche.
In quell’ambiente sono stata attratta in modo naturale da scelte politiche radicali, cioè da un modo di fare politica che va alle radici delle cose, che ne fa una scelta personale di vita e decide di stare dalla parte delle ingiustizie. Non la politica dell’ amministrazione collettiva, che certo ho studiato e approfondito nelle sue sfere diverse; ma mi sono appassionata alla ricerca fondante del fare politica, alle discipline filosofiche alla base dello sviluppo del pensiero umano e del senso dell’agire personale e collettivo.
Così mi sono trovata a fare politica fra gruppi anarchici, autonomi, che fecero nascere i primi centri sociali in Italia mettendo insieme tematiche terzomondiste con quelle ambientali, problematiche giovanili e questione del lavoro. Feci parte di quel movimento che creò le basi e le premesse di ciò che oggi è diventato il movimento No-Global. E anche se la mia vita ha preso inaspettati sentieri, oggi il mio credo politico non  è sostanzialmente mutato.
Certo sono diventata più pragmatica, ma sono sempre aperta alla ricerca e alla sperimentazione nel campo delle idee e del sociale, con un’immancabile esigenza di riscontro con le mie radici più o meno lontane. La ricerca è sempre verso il far quadrare le cose, il politico, il personale, la difesa dei poveri, cioè il problema delle ingiustizie e ciò che è la parte spirituale della vita.
L’etica religiosa dovuta alla mia educazione cristiana non l’ho più ritrovata, crescendo, all’interno di nessuna dottrina. Non ho mai trovato fede in nessuna istituzione religiosa e in nessun credo. Mi sento di abbracciare solo alcune concezioni etiche che condivido e la parte prettamente spirituale delle religioni; e sono comunque affascinata dalla forme spirituali più arcaiche come l’animismo e dalle pratiche come la meditazione.
Credo in una forma di sincerità e spontaneità nell’approccio religioso, che non cerca consolazione né giustificazione, ma ultimamente gioia e pace di spirito in comunione con gli altri e con le cose del mondo. Amo il silenzio all’interno delle giornate dove è possibile sentire questo spirito di comunione. Alla fine devo riconoscermi profondamente laica, ma una persona però a cui piace credere nella spiritualità del mondo.
Peraltro ho una grande ammirazione per coloro dediti a una qualsivoglia vocazione, agli uomini di fede, che ho sempre visto come esempio ed ispirazione. Questo è certo dovuto alla mia particolare esperienza di comunità, a cui quei particolari uomini di fede presero parte.
Insomma la mia infanzia speciale, spesso difficile da raccontare, è stata una grande lezione di Vita. Piccole storie di uomini che hanno lasciato dei segni; storie che si tramandano e che insieme a tante altre esperienze passate e presenti hanno voluto contribuire alla ricerca di un mondo migliore.
Grazie a tutti.

 

Stefania Russell