Pretioperai in Salvador

Internazionalismo


Tre lettere comuni di due preti operai italiani in Salvador: le pubblichiamo togliendo alcuni nomi perché la situazione ora è già molto peggiorata rispetto ai mesi precedenti.
“En estos dias las cosas se han puesto màs dificiles, hay mucha màs represiòn que cuando estuvisti con nosotros… Pero el pueblo continua con victorias en todos los campos” (lettera ultima arrivata, datata 2 settembre ‘88).
Attualmente (inizio di settembre) ci sono là Pierino B., con Andrea e con Bruno. Bruno tornerà a fine settembre, Andrea si ferma ancora per qualche tempo.
Quando essi ritorneranno vedremo di fare il punto della situazione. Per attualizzare le lettere comuni, che forse sono un po’ troppo secche e aride, iniziamo ricopiando un pezzo di un’altra lettera appena arrivata, anche se datata 28 luglio:

 

“Giovedì 21 erano le 9 quando alcuni ragazzi iniziarono a fare uno spettacolo di pagliacci ed ecco che spunta un elicottero carico di truppa e poi uno con artiglieria. Iniziano a volare a livello degli alberi, 5-6 metri da terra, per vari giri.
Me ne sono stato a guardare questi animali di morte, immobile, sopra il serbatoio di acqua che stiamo costruendo. Non ricordo di aver avuto alcun sentimento particolare… E la gente immobile li guardava… e i pagliacci terminano lo spettacolo…
E io mi vedevo quando, nei primi mesi, di fronte ad uno spettacolo così, prendevo la macchina fotografica scattando foto a destra e a sinistra… Ora no. Sono stato immobile solo con il rumore profondo delle eliche dentro al cuore, per non dimenticarlo più, mai più… guardando… non fotografando.”


Prima lettera comune di Andrea e Cesare ai P.O. e agli amici

Venerdì 26 maggio ‘88

 

Alcune notizie sul nostro stare qui; sono il frutto di quattro giorni di riflessioni assieme, realizzate con un’alta dose di disincanto e di cinismo. Fatene l’uso che volete; purché sia riservato.

 

0. Andrea è da tre settimane parroco supplente a ***; Cesare è a ** nella periferia della città.

La situazione è di guerra di controinsurgenza. Ogni persona impegnata qui è in pericolo: fanno sparire persone in città; nelle campagne la cosa è più terribile ancora.
I punti risultanti da ampia riflessione per ricercare un nostro modo di stare qui, sono quattro:

 

1. Sul nostro internazionalismo / non solidarismo di PO italiani, tre punti principali:

a. A ciascuno la sua lotta. A ciascuno il suo modo di lottare.

b. Però
– la dimensione planetaria dei problemi
– le somiglianze
– le dissomiglianze sia storiche, sia di centro / semiperiferia / periferia
– il processo di divaricazione aumentante, sia nel micro che nel macro,

spingono a conoscere
a interscambiare
a livello internazionale
specie dove la lotta è più aperta e più simile.

c. Per questo occorre:
– che ci sia una permanenza costruita di questo scambio (cioè, non sia episodico: chi sono gli altri dopo di noi?!)
– che per le persone non sia una copertura di mancanza di lotta lì o di una disoccupazione
– che ci sia un andare, stare per un tempo degno per conoscere e scambiare, e un ritornare
– che ci siano alcune chiarezze su come le democrazie formali da noi basate sulla “maiorìa” che sta in qualche modo bene (la società dei due terzi) si fondano su queste democrature di “minorìa” che sta bene e “maiorìa” che sta male.

[Democratura = democrazia + dittatura = dittatura travestita da democrazia; è un vocabolo che esprime bene la realtà latino-americana, usato dallo scrittore Eduardo Galeano].

 

In questo minimale quadro abbiamo, in questi quattro giorni, ricuperato le nostre sensazioni e le nostre prime impressioni per decidere che conoscenze e che scambio noi dobbiamo ricercare nelle prossime settimane.
Questa ricerca sarà su tre campi: politico, religioso, educativo.

 

2. La lettura politica dell’attuale fase in Salvador che qui ci è stata fatta ci è sembrata buona e sufficiente nella sua chiave di lettura di fame – insorgenza – controinsorgenza.
Potrebbe servire anche a noi fare una storia di questi ultimi venti anni in Italia con la chiave di lettura insorgenza – controinsorgenza.
Dobbiamo ancora ricercare leggendo o incontrandoci con loro.

 

3. Sul fatto religioso dovremo osservare, domandare meglio per capire su due punti:
– l’uso di ideogrammi religiosi per la lotta sociale
– la chiesa come soggetto sociale.

 

4. Circa l’educazione popolare: qui sono in guerra civile e vengono da anni di grossa repressione, in cui il movimento nella società civile viene continuamente decapitato.
Le forze che hanno sono superimpegnate ed è già gran cosa che cerchino di continuamente rapportarsi col popolo per dare conoscenze, creare consenso alla lotta, dare indicazioni alla lotta.
Nelle prossime settimane cercheremo di vedere come l’educazione popolare qui è praticata e che contributo noi possiamo dare.


Seconda lettera comune di Andrea e Cesare ai PO e agli amici

Giovedì 15 giugno ‘88

 

Dopo tre settimane ci siamo re-incontrati per fare quattro giorni di riflessione insieme. Siamo ormai al giro di boa e la riflessione deve rispondere a due domande: che fare nel periodo rimanente per noi qui? che deduzioni trarre, dal periodo in cui siamo stati qui, per il progetto di altri pretioperai qui?
Ora scriviamo solo quello che riguarda la risposta alla seconda domanda.

 

1. Sul nostro internazionalismo di pretioperai italiani scartiamo – come già la volta scorsa abbiamo scritto – sia il solidarismo cattolico, sia il terzomondismo: l’immagine del buon samaritano non ci sembra possibile nel mondo d’oggi, soprattutto per noi.
Per noi deve essere come un allargare la nostra lotta, renderla più completa: un aprire un nuovo fronte di lotta.

 

2. La figura del preteoperaio è adatta a venire utilmente qui a due condizioni:

a. se interpreta giustamente i filoni portati avanti dai PO, con le due fedeltà:
* a Cristo: uso non capitalistico della fede…
* alla classe operaia: operare la giustizia
e con l’attenzione agli eventi – sentinella raccontati con il linguaggio dei resistenti.

b. se qui si rapporta
* con la parte progressiva della chiesa accompagnandosi con i sacerdoti che qui lottano;
* e accompagnando il processo di un popolo che vuol vedere fino a che punto può definire un destino che non sia quello definito da altri, usando delle proprie doti e della sua esperienza di lotta in Italia.

 

3. Dal punto di vista personale ciascuno trae dalla permanenza qui, nei termini detti, miglioramenti differenti secondo la propria personalità.
Dal punto di vista sociale ci sembra che il venire e lo stare qui abbia una utilità massima che possiamo esprimere così:
l’evidenza e la forza delle contraddizioni presenti qui aiutano a scoprire meglio le contraddizioni più nascoste che sono presenti in Italia, in questi cinque campi:
* economico
* politico – stato
* sociale: analisi delle classi sociali, loro peso specifico e ruolo
* religioso, nel senso di funzione sociale di riproduzione del consenso degli sfruttati allo sfruttamento
* culturale, nel senso della funzione degli intellettuali.

 

4. Dal punto di vista dell’utilità per qui possiamo dire due cose:

a. qui loro hanno bisogno di due cose che noi non possiamo dare molto:
* soldi
* pressione sui governi pertinenti.

b. noi abbiamo chiarito che non possiamo dare queste cose perché:
* i pochi soldi che abbiamo ci servono per la nostra lotta in Italia
* non abbiamo canali per fare pressione sul governo italiano, perché lavoriamo prevalentemente con la base.
E loro ci hanno risposto che la nostra forma di internazionalismo, così come l’abbiamo descritta sopra, per loro è ugualmente importante.
Ministero della consolazione in una pastorale di accompagnamento: queste parole usate da loro in Italia, le riconosciamo adeguate.

 

5. Le cose che cercheremo di fare in questo mese per preparare meglio il terreno alla continuazione del progetto dei PO qui sono soprattutto due:
* un sempre più chiaro rapporto con i preti salvadoregni della Coordinadora per vedere quali sono le parrocchie nelle quali i PO potrebbero inserirsi.
* un canale di comunicazione permanente con alcune organizzazioni sindacali operaie di qui.

 

6. Dalla nostra esperienza possiamo dire che chi viene qui deve:
a. sapere bene prima la lingua.
b. Aver letto qualcosa di giusto sulla situazione attuale in Salvador e sulla sua storia.
Essenziale è il libro di Roque Dalton: “El Salvador”. E altro materiale che noi procureremo sulla storia dal ‘75 ad oggi.
Come frutto immediato della nostra presenza qui cercheremo di far realizzare a Gianni Beretta un servizio simile a quello che fa sul Nicaragua libero dalle colonne del “Manifesto”.
c. Venire possibilmente in due, con tre settimane di azione e una di riflessione assieme.
d. Essere se stessi e agire non come samaritani, ma come compagni esterni di una comune lotta antimperialista.

 

7. I pretioperai italiani nel loro insieme ci sembra che possano essere il soggetto di questo progetto: che due PO siano permanentemente (o quasi) presenti in El Salvador, turnando ogni tre mesi circa. Ci siamo accorti che le sensibilità e l’esperienza nostra possono essere adatte a questo nuovo tipo di internazionalismo. E questo è un progetto in se stesso, che non richiede il finanziamento di altri progetti, ma richiede di essere finanziato e sostenuto esso stesso.
Facendo il conto di 6 PO in un anno, è un progetto che viene a costare 15-18 milioni / anno, cioè circa 10.000 lire mensili/PO.
Rimangono aperti diversi problemi: ad esempio quello dei permessi non retribuiti.
In definitiva, al di là delle difficoltà e delle contraddizioni incontrate, noi in questo momento ci schieriamo per la realizzazione di questo progetto.


Terza ed ultima lettera comune di Andrea e Cesare ai PO e agli amici

Giovedì 30 giugno ‘88

 

Cerchiamo ora di scrivere alcune cose che abbiamo visto e pensato in questo tempo di permanenza qui:

A. Cosa abbiamo visto

 

Ciò che descriviamo non è la realtà, ma solo un tentativo di mettere per iscritto alcuni pensieri su ciò che abbiamo visto, ascoltato, letto.

 

1. L’ambiente

* grande come la Lombardia
* 25 terremoti nella capitale in 440 anni, di cui 15 di distruzione totale
* 14 vulcani attivi
* clima tropicale: due stagioni annuali che loro chiamano: “stagione secca” da metà ottobre a metà maggio (chiamata anche estate) e “stagione delle piogge” (chiamata anche inverno).
Il sole picchia parecchio diritto.
La giornata solare dura circa tredici ore, con una diminuzione fino a mezz’ora in estate. La temperatura è simile alla Calabria ionica nel mese di luglio…
La vita si svolge dalle 4,30 alle 19.

 

2. L’organizzazione produttiva

A prima vista appare un contrasto tra lavoro di sopravvivenza (scambio merce / denaro / merce) e un’organizzazione del lavoro capitalistico (scambio: denaro / merce / più denaro); in realtà potremmo definire l’organizzazione prevalente del lavoro come capitalismo semifeudale dipendente.
In esso si scontrano questi elementi visibili:
a. l’oligarchia latifondista (famose 14 famiglie);
b. la borghesia nazionale (con anche alcuni latifondisti) il cui capitale produttivo ha tentato a volte di decollare;
c. il capitalismo produttivo USA che tiene i gangli vitali da più di un secolo;
d. le merci giapponesi e USA;
e. l’agricoltura ridotta a monocultura soprattutto di caffè e cotone;
f. le strade della città sono invase da venditori ambulanti, in forte contrasto con i nuovi supermercati e i nuovi centri commerciali;
g. l’industria turistica, dopo il tentativo di sviluppo degli anni sessanta, è crollata;
h. non sono chiari come da noi i cicli del capitale; sono chiare invece le conseguenze dell’imperialismo USA.

Questo influenza molto la sovrastruttura.

 

3. Lo Stato
E una “Democratura”, in cui si possono cogliere però elementi molto contraddittori:
a. le idee della Rivoluzione francese arrivarono qui molto presto, così come quelle della Rivoluzione russa. In questo paese ci furono liberals seri e comunisti lucidi (Farabundo Martì è ben diverso da Sandino). I liberals non riuscirono a cambiare democraticamente la struttura del loro stato, e i comunisti furono volutamente distrutti, tutti ammazzati nella grande “matanza” anticomunista del 1932.

b. Ora c’è una costituzione democratica del 1983, ma:

il potere reale è in mano agli USA, il cui ambasciatore è presente perfino ad ogni seduta del consiglio dei ministri;
l’esercito è quadruplicato in pochi anni (63.000 circa), ha la funzione di lotta contro l’insorgenza dei popoli, con molti consiglieri militari USA (dicono 300), riceve quasi tre milioni di dollari dagli USA ogni giorno, ed è in guerra contro l’esercito dell’FMLN;
c’è un presidente (Duarte / Claramont) che è anche capo del governo. Il prossimo anno ci saranno le seconde elezioni presidenziali. Poi c’è un parlamento composto ora, dopo le elezioni di marzo, da 30 di Arena (destra), 23 alla DC e 7 al Partito di Conciliazione Nazionale. A queste elezioni partecipò solo il 30% circa degli aventi diritto al voto. Su questo c’è molta letteratura.
c. si stanno preparando le elezioni presidenziali del prossimo anno:
– il Partito Socialcristiano con Ruben Zamora
– il PSD di Roldan
– il MNR con Guillermo Ungo
faranno fronte unico (Convergenza Democratica) potendo così riunire circa il 60% dei voti.

 

4. Il movimento

Il movimento di liberazione è di tutto il Centro America, così come è il movimento di oppressione. Qui dicono che è una cosa di area – istmo. A differenza dell’America Latina, qui la sopravvivenza delle oligarchie locali si assicurò il potere dopo la crisi degli anni 30, impedendo il sorgere di una borghesia populista e democratica.
Il movimento popolare, che non ha conosciuto le esperienze populiste – democratiche, agisce qui con una tradizione di lotta diretta, al margine dei meccanismi democratici di partecipazione che qui sono sistematicamente negati dalla oligarchia.
Tutto questo rende lo scontro fra oligarchia e popolo estremamente diretto e violento.
Esistono centinaia di organizzazioni popolari di ogni tipo.
L’UNTS, per esempio, riunisce decine e decine di vari tipi di organizzazioni di ogni categoria, che qui non descriviamo.
È sorto in questo mese un movimento di lotta che espressamente appoggia I’FMLN.

 

5. La Chiesa

C’è il modello di chiesa ufficiale e ci sono altri modelli di chiesa.

a. per le Comunità di Base basta leggere il libro di Richard: “La fuerza espiritual de la iglesia de los pobres”
b. per la chiesa di Romero basta leggere la “Palabra queda” e per quella di Rivera basta il testo di apertura del “debate”.

 

6. La cultura

Il grosso scontro ora è soprattutto fra due modelli:
* il modello del capitalismo dipendente dagli USA
* e il nuovo modello di hombre nuevo che sta nascendo soprattutto nelle zone sotto controllo FMLN e nelle repoblaciones.
Non parliamo ovviamente delle sottoculture.

Ci sono due università famose, oltre alle rimanenti dei padroni e della CIA:
* l’università libera, che è famosa per le idee progressiste
* l’università dei gesuiti, che ha anche una sua casa editrice.
Nel passato sembra che ci siano stati alcuni momenti di un rapporto corretto fra intellettuali e popolo; ora, questo non lo abbiamo visto, eccetto che nel caso di alcuni medici.
L’intervento culturale come noi lo abbiamo praticato e ora teorizzato, sembra qui sconosciuto, forse perché il movimento viene da decine di anni di repressione, e i leaders sono stati ammazzati o sono “ai monti”

 

7. El FMLN

È riconosciuto come secondo potere politico e militare, anche se la propaganda li chiama “terroristi marxisti”…
Ci sono zone sotto controllo, zone conflittive. Però è una vera guerra civile che si estende dappertutto.
In questi anni ha trovato una certa unità ed ha acquistato molta esperienza.
I racconti che si possono ascoltare, dopo un po’ di rapporti confidenziali, sono molteplici, le aspettative pure…
Si possono leggere anche i “pensieri” dei comandanti che sono passati alla Cia, i quali danno descrizioni di destra molto interessanti (si fa per dire!).

 

8. Concludendo questa breve panoramica ci sembra di poter dire tre cose:

a. qui è in atto un processo rivoluzionario reale.
Ogni cosa fatta bene qui serve per questo processo.

b. La cosa che manca un po’ è “la città”. Dopo il 1981 si sono accorti anche loro, il lavoro ora deve essere fatto nella metropoli, nelle zone periferiche di essa. La visione di queste zone periferiche è – fatte le debite proporzioni – simile a quella di alcune città del Brasile: chilometri di champas (baracche)…
Descrivere questa situazione è impossibile qui.
Non so quanto qui siano preparati per svolgere il lavoro in queste periferie, per molti motivi.
c. Questo comunque ci appare un anno decisivo
– sia perché ci sono le elezioni USA
– sia perché ci saranno le elezioni presidenziali nel 1989. Ogni parte cerca di porre una situazione di fatto al massimo vantaggioso, così che qualunque sia l’esito delle elezioni, ci siano dati di fatto vantaggiosi.
Per il poco tempo di permanenza non ci sentiamo di fare previsioni alcune.
Una cosa però possiamo dirla: che vedere le cose senza una teoria non serve né a loro, né a noi.
Potremmo infiorare questa pseudo analisi
– con termini tecnici, attraversando logica, meccanismi, conseguenze dell’imperialismo capitalistico
– con termini sociologici
– con puntate mistiche
– con aneddoti, fiorettistica eccetera,
ma per brevità e voluta semplicità terminiamo qui questo primo punto, per avviarci sugli altri punti che sono stati oggetto delle nostre riflessioni.

B. Cosa abbiamo pensato

 

I quasi 500 anni di continua espropriazione economica a vantaggio dell’Europa e poi degli USA sono qui un continuo dito puntato su chiunque qui viene.
Ogni cosa sprizza accusa contro chi ha tratto vantaggi da questa situazione e ancora li trae.
Con quali strumenti ciò è stato ed è possibile?
Gli strumenti sono stati e sono moltissimi.
Uno di essi è stato ed è quella che chiamano evangelizzazione. Questo traspare da tutti i pori e da tutte le costruzioni religiose (anche se nella storia ci furono sparsi esempi contrari).
E questo è, per chi fa parte della chiesa cattolica, un altro atto di accusa.
Per questi due motivi i nostri pensieri si sono concentrati su queste due cose:
1. in che rapporto possono e debbono stare le lotte della classe operaia italiana ed europea e le lotte di liberazione dei popoli?

2. È possibile un modello di chiesa diverso da quello che riproduce il consenso degli sfruttati allo sfruttamento?

 

Per noi pretioperai queste sono le due costanti della nostra storia. Possiamo dire brevemente alcuni elementi iniziali di pensiero che ci sono venuti stando qui:

 

1. É chiaro qui che non è possibile “salita” alcuna da questa situazione economica mondiale se non con un nuovo ordine economico mondiale con progetti regionali. Se è vero, come lo è, che centro / semiperiferia / periferia si trovano da tutte le parti del mondo, è pur altrettanto vero che questo ha anche dimensioni geografiche mondiali con il famoso Nord / Sud che — con il passar degli anni — sta diventando il problema che ogni persona seria non può non prendere in seria considerazione.
In questo quadro tre cose possiamo dire da qui per lì:
a. che ci sono contraddizioni economiche tra gli operai europei e questi popoli
b. che questo problema va preso in considerazione sia dal punto di vista teorico sia dal punto di vista pratico
c. che le lotte rivendicative lì debbono sempre più caricarsi di un contenuto di cambiamento del sistema. Non sappiamo come, ma ciò che era chiaro qualche anno fa, ora deve essere ripreso con termini e modalità adeguate, sia nelle parole che nelle azioni.

 

2. A veder le cose da qui, appare necessaria la eliminazione per un po’ di anni di ogni tipo di religione esteriore, o per lo meno appare necessaria una attenta costruzione di un nuovo modello di chiesa.
Stando qui, sembra che per far questo la metodologia giusta consista nel discernere attentamente ciò che il Signore della storia sta già operando in essa, sostenendo lo scontro con il modello di Chiesa rappresentato dalla “Cristiandad”.
A questo riguardo il libro citato di Richard può dire alcune cose utili anche per noi.

C. I pretioperai italiani visti da qui

 

Visti da qui i PO italiani sembrano tantissimi (se si pensa che qui son tre o quattro che sostengono lotta seria), e per di più sembrano i più adatti ad affrontare queste due tematiche mondiali urgenti.
Non pensiamo ci voglia molto per rendersi conto di queste cose. Tutta la nostra storia, la nostra sensibilità, ci portano alle tematiche sopra citate.
Sembra che occorra non disperderci in altri sia pur importanti rivoli e concentrarci sulle due tematiche.
Al veder le cose da qui sembra che ciò sia possibile, utile e doveroso.

D. Per la realizzazione del progetto “El Salvador”

 

1. Tenendo presenti tutte le cose dette precedentemente, il progetto di una presenza dei pretioperai qui in modo quasi permanente, turnando ogni tre mesi o anche meno se non si riesce ad avere i permessi in fabbrica, ci sembra da qui un progetto la cui realizzazione porterebbe uno scambio di questo tipo:
– una presa di coscienza maggiore del ruolo che potrebbero giocare i pretioperai in Italia
* sia sul versante della elaborazione sociale
* sia sul versante della costruzione di un modello di chiesa
– un certo aiuto qui al processo in atto.

2. Sono necessarie – dopo questa nostra esperienza – alcune chiarezze da avere prima di partire, per non dover affrontare difficoltà maggiori dovute a impreparazione totale come fu la nostra.
Sono necessarie alcune condizioni materiali migliori qui, che cercheremo di preparare in questi giorni.
Però ci sembra una cosa importante.
3. È possibile anche discutere sulla durata del periodo di permanenza qui. Ci rendiamo conto che tre mesi è un periodo molto lungo per un preteoperaio.
D’altra parte qui richiedono anche un periodo maggiore. Però le mediazioni tra il giusto e il possibile si possono sempre fare con intelligenza.

4. Circa il dove stare quando si arriva qui e il cosa fare nel periodo di permanenza occorre sempre ben intendersi con i sacerdoti salvadoregni della Coordinadora. Son loro che debbono e possono dire cosa e come. Questo non toglie la nostra iniziativa, però tutto deve svolgersi in accordo con loro sia prima della partenza, sia nei primi giorni di permanenza qui.

5. Per questo noi pensiamo di provvedere a trovare un locale dove i preti arrivando qui possano sistemarsi nei primi giorni, trovando indicazioni che si assommano con le successive presenze, e possibilmente con un telefono.

6. Per i luoghi qui ci sono alcune possibilità
– alcune parrocchie della periferia della città
– alcune zone di repoblacion tuttora prive di prete
– alcune parrocchie dove il prete va in vacanza/in delegazione, sempre dietro indicazione dei preti di qui, perché tutto deve entrare nel processo qui e nei loro progetti di qui:
* nella periferia della città, per il motivo detto prima
* nelle repoblaciones, per il valore strategico e tattico di esse
* in altri luoghi per allargare il coinvolgimento.

7. Pensiamo che sia opportuno per questo coinvolgere tutti i coordinamenti regionali e tenere come punto di riferimento unico la segreteria nazionale.
Noi, come tutti coloro che verranno qui, ci impegniamo a relazionare (così come abbiamo fatto con queste tre lettere) e ad aiutare l’assommarsi delle esperienze, perché questo non sia solo un gesto, ma diventi un progetto globale.

 

Nota finale: dopo questa lettera sono avvenuti altri fatti. Non appena Bruno e Andrea torneranno, cercheremo di fare il punto della situazione per discuterla assieme.
Abbiamo comunque preso in affitto ed arredato una casa per cinque persone. Chiunque dei pretioperai o laici che – condividendo il progetto – volesse andare in Salvador può avere così una base materiale di riferimento.

ANDREA MARINI E CESARE SOMMARIVA