Voci dal basso: teologia della lotta nelle Filippine

Internazionalismo


Per capire il contesto di una teologia della lotta occorre far affiorare le voci dal basso. Queste voci hanno radici in questa terra, vengono fuori dalle crepe della società, scorrono come le acque refrigeranti di sorgenti vive.

Le domande vengono dai cristiani più poveri che hanno riscoperto il senso della loro dignità di uomini. Cercheremo di dar loro una forma: la chiesa ufficiale prende davvero sul serio la nostra dignità umana? Se lo fa, perché ci relega ai margini della vita della comunità ecclesiale? Se rispetta le nostre esperienze e decisioni, perché stabilisce al posto nostro quali azioni e celebrazioni siano giuste e sante e mette limiti al nostro cristianesimo, dando grande rilievo agli insegnamenti del Magistero e dimenticando la tradizione del sensus fidelium? Eppure questa chiesa ufficiale è sempre al sicuro… lontano dalla nostra fame, sete, gioie e dolori, dalle nostre lotte… anche se continua a darci norme per vivere una buona vita cristiana.

 

La chiesa ufficiale non ha mai fatto una vera esperienza di persecuzione religiosa e di repressione da parte dello stato. Ma noi sì, e ancora adesso siamo perseguitati e oppressi non solo dallo stato ma anche dalle chiese! La chiesa ufficiale ci dà direttive sul come agire e con chi e con quali gruppi dovremmo schierarci. Molto spesso ci parla di dialogo, però di fatto essa dialoga con quelle stesse forze e strutture che sono la causa della nostra eterna oppressione. Ci dice di non lasciarci prendere dalla rabbia dei poveri, ma allo stesso tempo si serve della teologia per giustificare l’apparato militare quando si scatena contro il popolo, specialmente contro i poveri e contro quanti di noi hanno preso sul serio l’opzione per i poveri.
La Chiesa ci mette in guardia contro l’infiltrazione di persone di sinistra nelle nostre comunità cristiane, ma non sembra ammettere che molto prima della sinistra la destra si era infiltrata fra di loro, in pensieri e in opere, e che destra e Chiesa insieme sono state la causa di privazioni e emarginazione. La Chiesa e lo stato si rafforzano a vicenda: la Chiesa fornendo il supporto teologico alla prassi dello stato, lo stato dando il contributo materiale a sostegno dell’iniziativa teologica della chiesa.
Di fronte alle espressioni di fede tipicamente nostre (per esempio la celebrazione della lotta per la giustizia e la pace, la partecipazione alle diverse forme di lotta per la liberazione, la giustizia e la pace), ci sentiamo dire dalla chiesa ufficiale di non usare il linguaggio dei secolari, di mantenerci profondamente spirituali, di pronunciare sempre il nome di Cristo. La chiesa ufficiale sembra dimenticare che il suo linguaggio religioso non l’abbiamo mai studiato, che non abbiamo modo di occuparci della sua spiritualità, né sappiamo cosa essa ha capito di Cristo perché non ce l’ha insegnato veramente e adattato a noi o vissuto insieme a noi, perché noi siamo poveri e la chiesa ufficiale viene a visitarci una volta ogni secolo.

 

Siamo le povere comunità di base che cercano una vita migliore mediante la trasformazione della società. La chiesa ufficiale è in confidenza con gli organi di stato e civili che appoggiano le basi ideologiche di una società che noi invece vogliamo cambiare e trasformare. Ma essa ci avverte di non entrare in confidenza e di non operare o di non essere collegati con le organizzazioni popolari che per l’appunto incarnano le nostre aspirazioni e lottano perché i nostri sogni si possano avverare. A chi andremo allora? Dove troveremo dunque Cristo?
L’esperienza che noi facciamo, lontano dai centri urbani o rurali controllati da chiesa e stato, ci obbliga quotidianamente ad operare scelte nette e dure fra la vita e la morte. Se continueremo a vivere come facciamo oggi, ci dissangueremo a poco a poco a causa delle privazioni, della fame, della malnutrizione e del lavoro stressante. Ma quando andiamo contro quella ondata di morte e chiediamo terra, salari giusti, cibo e giustizia – sì, liberazione dal bisogno e libertà di essere persone – allora si accende l’ira dei proprietari terrieri e dei capitalisti, le armi dei loro sicari e dei loro eserciti privati si rivolgono contro di noi e le forze statali – la legge e i militari – ci opprimono. Sofferenza e morte sono il nostro destino! Dove dunque dobbiamo cercare aiuto? Dov’è il Dio della nostra salvezza? Dov’è il Signore Gesù che ha promesso di essere con noi fino alla fine dei tempi?

 

Ma la chiesa ufficiale e qualche ideologo delle chiese, sapendo che c’è un gruppo animato da buona volontà e disposto a proteggerci anche a costo della vita, ci ha ricordato che il prendere le armi è immorale, che la via di Cristo è la via della non-violenza e che l’unica via cristiana per conseguire i cambiamenti è la via della non-violenza attiva. Però essi e i loro amici che occupano i gradini più alti della scala sociale continuano a godere l’appoggio della sicurezza armata, garantita da coloro contro cui avremmo potuto prendere le armi!
Non c’è posto per la lotta armata nella pratica della fede? Non c’è posto per la resistenza armata nel contesto di una rivoluzione – trasformazione totale nella Sacra Scrittura e nella tradizione cristiana? Gesù Cristo non ha mai ammesso questa possibilità, anche se egli personalmente non vi si è impegnato?
Eppure ci viene anche detto che una simile forma di lotta può essere giustificata come ultima risorsa. Ma chi decide? Chi lo determina?

 

Si dice che dobbiamo guardarci dal cadere nella trappola dell’ideologia marxista che sposa la lotta di classe, perché la lotta di classe è non cristiana. Ma la nostra esperienza ci dice che, con o senza il pensiero marxista, i nostri sogni non collimano con quelli di chi ha il controllo sulle nostre vite. Noi, i poveri, siamo per l’appunto la maggioranza e i nostri sogni e speranze danno vita a quella logica della maggioranza, che contrasta con i gretti interessi dei pochissimi. Non dovrebbero forse le nostre voci, la nostra logica, prevalere sui gretti interessi dei pochi? Con la loro posizione rigida, col non riconoscere e non aderire alla logica dello maggioranza povera, non sono proprio quei pochi a provocare la lotta di classe, l’odio di classe e a rendere così inevitabile la lotta armata?…
Volesse il cielo che gli interessi delle chiese ufficiali fossero davvero radicalmente intrecciati con la logica dei poveri! E che cessassero di identificarsi con gli interessi di classe di quei pochissimi!
Come si individua la logica della maggioranza e l’egoismo dei pochi? La nostra esperienza ci fa vedere che quando ci ritroviamo insieme a confrontare appunti e dati sulla nostra situazione di vita, a leggere questi appunti e questi dati, a rifletterci sopra, ci vediamo impegnati in una analisi molto concreta della nostra condizione umana. Perché ci riuniamo per queste attività? La nostra fede ci spinge a vivere e ad amarci l’un l’altro come comunità. Quale modo migliore di vivere questa fede se non quello di conoscerci e scoprire insieme la comune condizione umana? Questa conoscenza ci ha resi liberi per le possibilità del futuro. Ci ha dato la forza di costruire un domani, perché in quel contesto è emersa la scoperta delle nostre forze e debolezze personali, sociali e strutturali. Ora siamo in grado di riconoscerci come poveri. Possiamo chiamare col loro nome le nostre risorse come pure ciò che ostacola la realizzazione della nostra umanità.
Ma ecco che ancora una volta giunge dall’alto l’avvertimento: guardatevi dall’analisi, dalla strategia e dalle tattiche marxiste! In realtà altri avevano già prima fatto analisi, usato strategie e tattiche e esperimenti al nostro posto. E tutto ciò dall’alto. Così noi siamo rimasti sotto.
Quando partecipiamo a questa attività di analisi e di progettazione allora siamo condannati come marxisti, comunisti, gente di sinistra.
È per questo che ci chiediamo: che razza di gioco sta facendo Dio con noi? Non siamo di fatto i giocattoli degli dèi? Oppure siamo i lebbrosi della terra, dai quali la gente in alto deve prendere le distanze, per paura di essere contaminata dalla sporcizia e dalle malattie, dalla irreligiosità, dalla empietà, dai progetti secolari; dalla rabbia, dall’enfasi che mettiamo su cosa significa essere davvero creature umane sulla terra? Siamo temuti, maledetti, perché il contatto con noi può significare la perdita della vita di preghiera, della spiritualità, della pratica tranquilla della carità cristiana verso il prossimo.
Con l’imporci modelli adatti al comportamento umano e col sostenere allo stesso tempo che tutti possediamo uguale dignità, gli dèi in alto non ci stanno privando della capacità di dialogare con il Dio Altissimo?
Intanto, a chi andremo? Apparteniamo davvero alla Chiesa?


BENJAMIN ALFORQUE, MSC
(missionario del Sacro Cuore)